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La storia di Elisa Pezzini arriva al Piaggia e scuote gli studenti

VIAREGGIO. «Ore 4 del mattino, squilla il telefono. Non capisci nemmeno che è il telefono. Pensi alla sveglia. Ma continua a suonare. È proprio il telefono...Rispondi...”Elisa è in coma”. Fine della normalità». Scorrono sullo schermo alle spalle di Stefano Pezzini, padre di Elisa morta a soli 23 anni in sella al suo motorino sulla via Italica, cinque anni fa, le immagini della ragazza. Bambina, adolescente, in una delle ultime foto prima di finire travolta da un’auto nella notte. L’aula magna è piena di studenti del “Carlo Piaggia”. L’iniziativa è promossa dalla associazione “Il sorriso di Elisa”, voluta da Stefano e dalla moglie Simona Di Vita. Una studentessa lascia l’aula, in lacrime. Altri, al termine delle due ore e mezza di incontro, invitano in classe Simona e lo psicologo Emanuele Palagi. L’emozione è tanta e non si può tornare alla normalità di punto in bianco. L’effetto delle parole di una padre e di una madre che ogni giorno si impegnano a «trasformare la rabbia che abbiamo dentro in qualcosa di positivo», per dirla con le parole di papà Stefano.

Poco prima Viola, volontaria sollecitata da Palagi, aveva provato davanti a tutti degli occhiali che simulano l’effetto della sbronza. «Ti metteresti sul motorino sentendoti come ti fanno sentire quegli occhiali?», chiede lo psicologo alla giovanissima studentessa che un attimo prima faceva fatica a camminare dritta tenendo le braccia larghe: «No», quasi grida Viola.

«Quando una persona inizia a guidare sotto l’effetto dell’alcol», ha spiegato agli studenti Aldo Intaschi, responsabile del Servizio dipendenze Asl per la Versilia, «si sente quasi un pilota di Formula1. Perché la sostanza, che è una droga, ha un aspetto bifasico che inganna».

E porta a pensare di essere più fighi, più potenti e disinibiti sessualmente, prima di portare, invece, a schiantarsi contro un muro, o contro un altro mezzo, o piombare su delle persone inermi.

Si chiama per la legge “omicidio stradale” - è il messaggio forte consegnato ai ragazzi ieri mattina da Serafina Di Vuolo, comandante della Polizia stradale di Lucca, «ma bere e emettersi alla guida è compiere un atto di violenza». Una violenza «che subisce chi muore o rimane ferito, ma anche chi resta, gli amici, la scuola, la comunità. È un fatto che invade la nostra persona. Come uno stupro».

Da poliziotta Di Vuolo ha un cruccio. Che il messaggio veicolato dal mondo degli adulti ai più giovani si fermi strettamente al codice della strada, con la gradualità di sanzioni proposte. Insomma, che rimanga un margine che faccia pensare che tutto sommato ci si può azzardare a mettersi alla guida un po’ alticci.

L’iniziativa vedrà un secondo appuntamento, a febbraio. E poi, da lì al 22 aprile, starà agli studenti mettersi al lavoro per confezionare dei video sulla sicurezza stradale tra i quali verrà scelto quello che si aggiudicherà per il secondo anno consecutivo la borsa di studio messa in palio dalla associazione nata in nome di Elisa. —

Donatella Francesconi

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Pubblicato su Il Tirreno