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«Servono più tutele per i lavoratori come mio fratello Rischiano la morte»

Dopo l’archiviazione parla la sorella di Maurizio Cammillini deceduto a 29 anni in scooter durante una consegna

«Non saprò mai come è morto mio fratello e se qualcuno può avere delle responsabilità».

Stefania Pellegrini è la sorella di Maurizio Cammillini, il giovane rider di 29 anni che la sera del 4 settembre 2018 morì mentre stava consegnando in scooter due panini e una frittura a un cliente casalingo del locale sul lungarno Mediceo per cui lavorava da qualche giorno.

Uno schianto di sera contro un palo in via Pietrasantina e la corsa in ospedale per una speranza apparsa subito flebile deragliata in dramma nel giro di poche ore.

Nessun testimone di un fuori strada che alla fine resterà rubricato come incidente con una vittima, ma senza colpevoli. Quello che in gergo viene etichettato come un incidente in «cui ha fatto tutto da solo».

«Non correva Maurizio, la sua andatura era regolare» sottolinea Stefania che accetta l’archiviazione del gip del Tribunale su richiesta della Procura con una punta di amarezza.

Nessun colpevole per una morte che diventa supplizio personale e modello di precariato vulnerabile per quanti si muovono sulle strade con scooter e bici per le consegne a domicilio. L’ipotesi del carico di lavoro, anche sullo scooter con la borsa termica sistemata tra le gambe, indicata dall’avvocato della sorella, non è stata ritenuta sufficiente a giustificare una responsabilità meritevole di un processo.

Cottimisti moderni in una giungla in cui appaiono fragili sui loro mezzi e fantasmi sul tema dei diritti occultati dai doveri. Velocità di consegna, puntualità. Il ritardo come punizione, spremuti per fare quantità di consegne e ricavi. L’algoritmo come stella polare per ricevere altri ordini. E guadagnare in una catena di montaggio a cielo aperto che li manda in prima linea come carne da macello o quasi sul fronte dell’occupazione senza regole, né protezioni.

«Le immagini delle telecamere sono state prese in ritardo e solo dopo che ne avevo segnalato la presenza – ricorda Stefania –. Il bauletto dello scooter è stato recuperato dopo due giorni nel fosso pieno d’acqua. Qualche impianto di videosorveglianza era rotto, altri sono spenti. Ma non voglio polemizzare. Resta l’amarezza per non aver potuto dare una spiegazione alla morte di un fratello. Non si può morire così a 29 anni, ce ne rendiamo conto o no?»

Maurizio aveva iniziato da poco il rapporto con la paninoteca nel centro di Pisa.

Aveva fatto tanti lavoretti per mantenersi e rendersi autonomo e quell’impiego era un punto fermo di cui andava orgoglioso.

Nel ricordo del rider è nata l’associazione “Giustizia per Maurizio”.

«Sì, almeno attraverso quell’associazione la memoria di mio fratello resterà viva – aggiunge la donna -. Il governo deve impegnarsi di più e mettere come priorità la tutela dei riders. Sono ragazzi in trincea che rischiano la vita tutti i giorni. Mio fratello è morto, ma non sapete quanti sono quelli che cadono e si fratturano braccia e gambe. Devono avere i loro diritti. Li vediamo in giro e non pensiamo a quanto devono lavorare per portare a casa pochi soldi».

Il lutto per il fratello ha cambiato un’abitudine di Stefania.

«Prima dell’incidente era tra quelle persone che ordinava pizze e altre piatti da consumare a casa – confida al Tirreno –. Dopo quello che è successo non ce la faccio più. È un dolore troppo grosso che non passerà mai. Quando vedo i riders muoversi in strada mi vengono ancora i brividi». —

Pubblicato su Il Tirreno