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In 30 anni nove femminicidi in provincia di Grosseto: la strage che non va dimenticata

La più giovane aveva 19 anni, due erano madre e figlia, di una l’assassino è ignoto e due corpi non sono mai stati trovati

GROSSETO. La più giovane aveva 19 anni, la più grande 68. Due erano madre e figlia. Di altre due il corpo non è mai stato trovato. Di una non si conosce l’assassino.

Nove donne in trent’anni – otto solo negli ultimi 17 anni – state uccise in provincia di Grosseto per mano di loro ex compagni o di uomini che si erano invaghiti di loro senza essere corrisposti. La più giovane, 19 anni, è stata uccisa nel 1988, quando la parola “femminicidio” non era nemmeno nel dizionario. Di una decima il destino non è chiaro: è scomparsa nel nulla.

La violenza omicida sulle donne ha una storia tragica anche in provincia di Grosseto e porta i nomi di Laura Franceschelli, Giusy Cuccia, Giada Corridori, Luciana Catocci, Mercy Igbinovia, Mirna Bartolini, Irina Meynster, Francesca Benetti, Anna Edvige Costanzo. Un’altra donna, Silvia Crescenzi, è sparita senza lasciare traccia.

Gli assassini, tutti italiani. I luoghi dei delitti, per lo più le mura di casa, ma anche la piazza gremita del paese. Le località, quelle familiari ai maremmani: Grosseto, Manciano, Orbetello, Roselle, Castiglione della Pescaia, Potassa, Monte Argentario, Roselle. Le storie di queste donne non vanno dimenticate.

Laura Franceschelli, 19 anni

Laura Franceschelli aveva 19 anni quando fu uccisa da Enrico Campiglia, 24 in un podere a pochi chilometri da Manciano. L’assassino era considerato dalla ragazza un amico e l’aveva attirata in casa con la scusa che c’era bisogno di una baby sitter. Sul corpo di Laura furono trovati i segni di violenza carnale e di una botta in testa fatta con un pesante gancio. L’autopsia rivelò che era morta soffocata dal sacchetto calato in testa, dentro il bagagliaio della sua Fiat 126, dove fu ritrovata qualche giorno dopo. Nel dicembre del 2017 a Laura il Comune di Manciano ha intitolato una strada (leggi qui un articolo dell'epoca).

Giusy Cuccia, 39 anni

Passeranno quattordici anni prima che in provincia si verifichi un nuovo femminicidio, ma quell’anno, il 2002, fu una strage. Il 21 aprile 2002 sul corpo di Giusy Cuccia, 39 anni, l’ex compagno Daniele Golinelli, all’epoca 42enne, bolognese, scaricò quattro proiettili della sua Beretta calibro 9. Giusy era scappata da Bologna dopo che la relazione era degenerata per la gelosia ossessiva di Golinelli. Pochi giorni prima del femminicidio, Golinelli aveva ottenuto il porto d’armi, acquistato i proiettili, affittato un’auto, fatto l’iscrizione al poligono di Grosseto per essere in regola con il trasporto dell’arma, comprato una finta barba nera. E così camuffato alle 19,40 del 21 aprile 2002 incontra Giusy in piazza della Repubblica a Orbetello, dove lei lavorava. Le spara in mezzo alla gente, mentre lei implora aiuto ai passanti (leggi qui un articolo dell'epoca).

Giada Corridori, 26 anni, e Luciana Catocci, 49 anni

«Le ho uccise, le ho uccise tutte e due», ha gridato ai vicini Giuliano Corridori, ex magazziniere, il 16 dicembre 2002 dopo aver imbracciato il fucile da caccia, sparato tre colpi e ucciso la moglie, Luciana Catocci, 49 anni, e la figlia Giada Corridori, 26, studentessa di Psicologia a Roma. Il “duplice delitto di Natale” avvenne nel loro appartamento in una palazzina in viale De Nicola a Gorarella, a Grosseto, al culmine di un litigio. Corridori, all’epoca 56 anni, è stato condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione a 18 anni di carcere più tre di casa di cura e custodia (leggi qui un articolo dell'epoca).

Mercy Igbinovia, 28 anni

Fu scaricata accanto a un cumulo di rifiuti, in uno spiazzo a Pian D’Alma, tra il bivio per Punta Ala e Tirli. Così fu trovata il 25 aprile 2003 da un turista che stava cercando asparagi, Mercy Igbinovia, 28 anni, nigeriana. Sulla tempia c’era un’ampia ferita e all’altezza della guancia sinistra uno squarcio, inferti con un grosso punteruolo o un pezzo di ferro appuntito. La donna – ricostruirono poi gli inquirenti – si prostituiva nella zona. L’assassino non è mai stato trovato. Dell’omicidio si era autoaccusato un cameriere, Pasquale Stabilito, che fu condannato in primo grado, ma assolto in appello. Il suo nome, tuttavia, torna in un’altra agghiacciante vicenda l’anno successivo (leggi qui un articolo dell'epoca).

Mirna Bartolini, 47 anni

A mezzogiorno del 7 gennaio 2004 Mirna Bartolini, 47 anni, di Castiglione della Pescaia, sale nell’auto del compagno Pasquale Stabilito, appunto, all’epoca 35, per un chiarimento. Il suo corpo, fatto a pezzi e bruciato, fu ritrovato il 24 marzo in un canale vicino a Tarquinia. Dopo mesi di bugie e depistaggi –i carabinieri lo definiranno “un dissimulatore” – Stabilito confessò. Quel giorno di inizio gennaio Stabilito cercava un chiarimento. La sera prima Mirna lo aveva sorpreso con un’altra donna. Stabilito portò Mirna nel suo monolocale, nella campagna di Roselle, e le sparò tre colpi alla testa con una pistola calibro 9 (mai denunciata). Quando poco dopo al cellulare di Mirna arrivò l’sms di un’amica che chiedeva notizie di lei, lo lesse l’omicida che inviò, fingendosi Mirna, un messaggio rassicurante. Non è che il primo di una serie di sms depistanti che Stabilito invierà per due mesi ai figli e all’amica di Mirna, oltre all’appello a Chi l’ha visto?. La stessa notte dell’omicidio Stabilito dormì con accanto il cadavere della donna. L’indomani lo fece a pezzi, tenterò di bruciarlo e poi, caricati i resti in auto, li buttò in un canale di scolo vicino a Tarquinia. Nel 2007 è stato condannato in via definitiva a 20 anni di prigione (leggi qui un articolo dell'epoca).

Irina Meynster, 47 anni

Anche di Irina Meynster, 47 anni, l’assassino disse che era partita, che era andata a Roma. E anche lui aveva contattato Chi l’ha visto? per ritrovarla. La donna, una badante ucraina, era scomparsa il 12 ottobre 2012. Ma non era mai andata da alcuna parte. Era stata uccisa da Sergio Bertini, all’epoca 47 anni, tecnico informatico grossetano. L’uomo l’aveva strangolata nel suo appartamento a Grosseto, al culmine di una lite, quando lei gli aveva detto che voleva lasciarlo. Poi l’aveva gettata in un dirupo nella macchia sotto Punta Ciana, a Porto Ercole, dove fu trovata il 25 ottobre da due cacciatori. Condannato in primo grado a trent’anni, in appello la pena si era ridotta a 19. Poi, caduta l’aggravante della premeditazione, si è ulteriormente ridotta a 16 anni e mezzo (leggi qui un articolo dell'epoca).

Francesca Benetti, 55 anni

Francesca Benetti, 55 anni, è scomparsa nel nulla il 4 novembre 2013 e il suo corpo non è mai stato trovato. Ma per il suo assassinio c’è un uomo in carcere, Antonino Bilella, all’epoca 71 anni, agrigentino, ex custode della villa della donna, nel Gavorranese, condannato all’ergastolo per omicidio, occultamento di cadavere, stalking e violenza sessuale in quello che è passato alle cronache come il giallo di Potassa. Francesca era un’ex insegnante di educazione fisica di Cologno Monzese che si era trasferita in Maremma. Bilella non ha mai confessato il delitto, ma le prove contro di lui sono schiaccianti, comprese alcune tracce di sangue della donna sulla sua auto. Il movente dell’omicidio – premeditato secondo i giudici togati e popolari – sono la gelosia e la rabbia per essere stato allontanando come affittuario (leggi qui un articolo dell'epoca).

Anna Edvige Costanzo, 68 anni

Anna Edvige Costanzo, 68 anni, è stata strangolata con il cavo della stampante del computer dal marito, Alberto Novembri, il 15 febbraio 2017 nel loro appartamento al secondo piano di una palazzina a Pozzarello a Porto Santo Stefano. L’uomo, allora 71enne, pensionato dopo aver lavorato all’ospedale di Orbetello, ha confessato l’indomani. Prima aveva telefonato a un amico tabaccaio: «Ho fatto una cazzata…». Poi ha preso un autobus per Orbetello con l’intenzione di raggiungere Roma, quindi era tornato indietro, in treno, probabilmente per costituirsi. E lì lo avevano fermato i carabinieri. È stato condannato a 14 anni (leggi qui un articolo dell'epoca).

Silvia Crescenzi, 44 anni

C’è infine il caso mai risolto di Silvia Crescenzi, 44 anni, grossetana, che abitava a Roselle. Di lei si sono perse le tracce il 5 agosto 1999. Da quel momento non se ne è più saputo nulla. Un particolare ha attraversato a lungo la mente degli investigatori. Silvia, che faceva la prostituta, abitava nello stesso monolocale vicino a Roselle dove poi andò ad abitare Pasquale Stabilito, reoconfesso dell’assassinio di Mirna Bartolini. Un collegamento non è mai stato provato. A vent’anni di distanza il caso di Silvia resta senza soluzione (leggi qui un articolo dell'epoca). —

 

Pubblicato su Il Tirreno