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Trovata morta in un sacco a pelo, c'è l'ipotesi avvelenamento

Livorno, la svolta dall’autopsia sul corpo dell’ex funzionaria della Regione: sarebbe stata provocata da un farmaco o da un’altra sostanza tossica. Indagati figlio e nuora 

LIVORNO. Maria Simonetta Gaggioli, l’ex funzionaria della Regione Toscana trovata avvolta in un sacco a pelo lungo la vecchia Aurelia tra Follonica a Riotorto il 3 agosto scorso, non è morta per cause naturali. A determinare il decesso, avvenuto tra il 26 e il 27 luglio, una settimana prima del ritrovamento, sarebbe stato un «fattore esterno». Non è chiaro se la somministrazione di un farmaco o di un’altra sostanza che la settantasettenne ha assunto (o è stata indotta ad assumere) causando successivamente una sorta di intossicazione o avvelenamento che l’ha uccisa.

A dirlo sono i risultati dell’autopsia depositati nei giorni scorsi alla procura di Livorno dal medico legale Luigi Papi e acquisiti anche dagli avvocati del figlio e della nuora della vittima, indagati per omicidio volontario e occultamento di cadavere. La consulenza richiesta dalla pubblico ministero Ezia Mancusi per fare luce sul giallo ha anche escluso che la donna sia deceduta per una morte violenta. Sul corpo, nonostante il deterioramento dovuto ai giorni trascorsi lungo la strada a una temperatura molto elevata, non sono state trovate ferite o segni di soffocamento.

Ecco perché adesso sarà necessario ricostruire e dimostrare che cosa sia avvenuto la notte tra il 26 e il 27 luglio nella casa di Riotorto dove la vittima si era trasferita per aiutare il figlio Filippo Andreani, 47 anni, la nuora Adriana Rocha, 30, e i tre nipoti. Possibile che l’anziana abbia sbagliato le dosi dei farmaci che prendeva solitamente? La settimana prima del decesso, la vittima – hanno raccontato i familiari – era andata in pronto soccorso per una sospetta intossicazione da Xanax, un ansiolitico comunemente usato per il trattamento di disturbi da panico o ansia. Possibile che i due episodi possano essere collegati?

Certo è che un comportamento simile – andare in ospedale – escluderebbe la possibilità che la donna volesse togliersi la vita. Ecco perché – secondo gli investigatori – potrebbe essere accaduto qualcosa di diverso, magari legato alle continue discussioni tra i tre riguardo ai soldi (né il figlio né la nuora lavorano) e alle gestione complessiva della famiglia. Qualche altra risposta, adesso, potrebbero darla i risultati dell’autopsia, in particolare la natura del «fattore esterno» che ha causato la morte, comparati con i medicinali e le altre sostanze sequestrate il giorno del ritrovamento del cadavere a casa degli indagati. A cui va aggiunta la relazione richiesta sempre dalla Procura a una esperta di entomologia, la scienza forense che studia i cicli vitali degli insetti per verificare la presenza di sostanze sospette nel corpo della vittima.

Certo è che si tratta di un’inchiesta indiziaria, resa ancora più complicata dal fatto che i due indagati non abbiano un telefono cellulare e dunque sia difficile ricostruire i loro movimenti la notte della morte della donna e il successivo spostamento del cadavere. Su questo punto però alcune conferme sarebbero emerse riguardo al fatto che il corpo sia stato trasportato a bordo della Fiat Punto del figlio, ancora sotto sequestro, fino all’Aurelia.

Un quadro inquietante, dunque, quello ipotizzato dalla procura: prima l’avvelenamento e poi il corpo caricato in auto e gettato in un fosso. I due indagati, assistiti dagli avvocati Eleonora Goti e Francesco Nardini, hanno negato tutto anche nell’ultimo interrogatorio di lunedì scorso. «Hanno risposto in modo coerente alle domande perché non hanno niente da nascondere – spiegano gli avvocati – ovviamente rispetto alla procura abbiamo una tesi alternativa. I risultati dell’autopsia? La stiamo valutando con un esperto di medicina legale ma il particolare che esclude la morte violenta avvalora la nostra ipotesi». Ma resterebbe da capire come il cadavere sia poi finito in un fosso lungo l’Aurelia e perché.

 

Pubblicato su Il Tirreno