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Muore davanti alla compagna lo spedizioniere Cappelli

Il ricordo di Mauro Vannucci, collega di una vita: «Era una brava persona e un vero amico»

LIVORNO. Quaranta minuti di massaggio cardiaco non sono riusciti a riportare in vita Claudio Cappelli, socio storico della casa di spedizioni Do.ca. srl, scomparso nella mattina di domenica a 70 anni per un infarto mentre si trovava nel parco vicino a villa Lloyd insieme alla compagna.


Era stata proprio la compagna ad allertare i soccorsi, quando pochi minuti dopo le 11,10 l’uomo aveva accusato un malore nei pressi di una panchina dell’area verde. Sul posto sono intervenute un’ambulanza medicalizzata della Misericordia di via Verdi e una volante della Polizia. Ma nonostante il pronto intervento e la tempestiva risoluzione del medico di bordo e dei volontari della confraternita, per l'uomo non c'è stato nulla da fare.


Il suo corpo è stato trasportato alla camera mortuaria del cimitero comunale dei Lupi, in attesa dei riscontri medici.


«Era la persona più solare di questa terra, vedeva sempre il bicchiere mezzo pieno. Per lui il mondo non era grigio, vedeva la vita colorata di rosa. La sua parola d’ordine era “Rasento l’ottimo”», racconta la figlia Federica, che poi prosegue: «Per me e mio fratello è stato un padre eccezionale, sempre presente e amorevole. Non ci ha mai fatto mancare niente, nonostante fosse sempre impegnato con il suo lavoro».


Cappelli era nato a Livorno il 12 maggio del 1949. Giovanissimo era entrato in porto per lavorare nella ex casa di spedizioni Andrea Merzario, poi – quando gli fu offerta l’occasione – entrò nella Do.ca. srl pochi anni dopo l’amico (e poi socio) di una vita Mauro Vannucci: «Ci eravamo conosciuti da ragazzi sulle banchine di Merzario, poi la collaborazione in Do.ca. consolidò ancora di più il nostro legame».


Un sodalizio quasi fraterno proseguito per oltre 40 anni. «Abbiamo vissuto tanti anni nella stessa stanza, sempre insieme. Aveva i suoi problemi di salute, come tutti, ma non aveva mai manifestato complicazioni di questo genere. Ecco perché il dolore per la sua scomparsa è stato ancora più grosso e bruciante, per il modo in cui si è manifestata», continua Vannucci, che infine aggiunge: «Sono stati 40 anni fianco a fianco senza mai uno screzio, merito suo, poi il lavoro insieme è finito ma siamo sempre rimasti in contatto per tenerci informati sulla salute nostra e delle rispettive famiglie. Ci eravamo visti l’ultima volta in occasione di un pranzo con degli amici cileni, venuti apposta a Livorno per rivederci. E ci eravamo ripromessi di fare una cena fra di noi, con gli altri colleghi – conclude – ma ormai... Claudio era una brava persona e un vero amico».


Disponibilità, generosità e gentilezza fatte persona. Questo era Cappelli, secondo chi lo aveva conosciuto.


«Da giovane aveva coltivato la passione per la lotta greco-romana, nella quale aveva conseguito risultati molto buoni», racconta ancora la figlia: «Tutto il resto della sua vita è stato il lavoro, il lavoro e la sua dedizione verso gli altri. Sempre, in ogni occasione, sotto ogni aspetto. Ma il suo più grande orgoglio eravamo noi, i suoi figli».


Oggi la Do.ca. srl non esiste più, è poi confluita nell’azienda di trasporti internazionali Savino Del Bene. Ma l’eredità spirituale di Cappelli rimane in tutti coloro che lo hanno conosciuto.


«Mio fratello è diventato titolare di uno stabilimento balneare all’isola d’Elba, io invece ho seguito le orme di mio padre nell’azienda. Lui ha lavorato per tutta la vita e alla fine non è riuscito a godersi la pensione. Era la mia colonna portante, e senza di lui non saprei vivere», aggiunge ancora la figlia.


Claudio Cappelli lascia i due figli, Federica e Giacomo, e gli adorati nipotini Lucrezia e Cassio. I funerali sono stati celebrati l'indomani mattina  con una messa semplice nella chiesa di San Tobia al cimitero dei Lupi. Quindi la salma è stata accompagnata lungo il viale monumentale verso il lato meridionale del complesso, in direzione del Tempio Cinerario dove avverrà infine la cremazione.


«Aveva deciso così. È stata l’unica cosa che aveva disposto per la sua fine», conclude infine la figlia: «Lui era fatto in questo modo, era talmente ottimista che non riusciva a pensare alla morte». —

Pubblicato su Il Tirreno