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Charette, fatto a pezzi e messo nel cellophane 44enne vittima di un’esecuzione

Il cadavere è stato scoperto da un cacciatore tra i boschi: si tratta di Vittorio Barruffo, a lungo residente a Viareggio

VIAREGGIO. Un uomo non più uomo, ridotto a brandelli e abbandonato in un fosso, dopo averlo avvolto in un telo di cellophane. Un delitto orribile, compiuto nel sud-est della Francia: la zona subalpina dell’Isère, sulla via della Torino-Lione se mai nascerà. Qui, tra i boschi di Charette, abitano 472 persone. E a una cosa del genere, raccontano ai giornali, non sono abituati: «La delinquenza è al minimo». Sembra il male che arriva ovunque, come nel romanzo (e poi film) francese “I fiumi di porpora”. Che è ambientato proprio nell’Isère e, coincidenza sinistra, si apre con lo stesso protagonista iniziale: un cadavere mutilato.

Ma qui il sangue non è di porpora come in una copertina. Non c’è Vincent Cassel e non c’è Jean Reno. Non ci sono attori, ci sono persone vere. Una persona vera era Vittorio Barruffo, 44 anni, nato a Napoli e per quasi 20 anni residente a Viareggio, nel quartiere Migliarina. È lui che è stato ucciso in maniera così feroce: lo ha stabilito l’esame del Dna compiuto dagli inquirenti francesi. Che ora danno la caccia all’assassino. Il sospetto è che si tratti di un’esecuzione, con modalità da criminalità organizzata: camorra. Ma in Italia questa tesi, dalla Direzione antimafia di Napoli all’ex avvocato di Baruffo, il legale viareggino Umberto Prisco, non trova riscontri. Anche la Procura di Roma, che è competente per tutti i reati riguardanti cittadini italiani all’estero, ha aperto un fascicolo.

Il corpo di Barruffo viene scoperto domenica, poco prima di cena, da un cacciatore. È il suo cane a notare che c’è qualcosa in un fosso e a cominciare a gironzolare in maniera incomprensibile. Arriva anche il sindaco e scatta l’allarme alla gendarmerie francese. La Procura di Bourgoin-Jallieu apre un’inchiesta per omicidio. Il giorno successivo sul corpo, o su quello che ne rimane (gli arti non sono stati ritrovati), viene eseguita l’autopsia. L’esame del Dna, rivela il quotidiano Dauphiné Libéré, dice che è Barruffo, scomparso dal 9 luglio. A riprova c’è anche un ciondolo, immortalato in un selfie pubblicato dalla vittima su Facebook, che sarebbe stato ritrovato in un sacchetto accanto al corpo. Dall’autopsia sono emerse «lesioni alle ossa craniche causate da uno strumento contundente», precisa Eric Vaillant, pubblico ministero di Grenoble.

Vittorio Barruffo, che aveva lasciato Viareggio e l’Italia per motivi di lavoro, viveva da due anni con la compagna a Montalieu-Vercieu, circa 4 chilometri da Charette. La donna nel giugno scorso aveva deciso di tornare in Italia dalla sua famiglia e il 44enne l’avrebbe dovuta seguire dopo pochi giorni. Ma non è mai rientrato. Del suo caso si era occupata anche la trasmissione Rai “Chi l’ha visto?”: dal 9 luglio scorso Barruffo non aveva più dato notizie di sé e non aveva più risposto al cellulare. Si diceva che potesse essere andato a trovare degli amici a Saint-Tropez, sulla Costa Azzurra. Invece per lui è tutto finito. Ucciso e gettato in un fosso tra i boschi. Una fine che nessuno merita.

Pubblicato su Il Tirreno