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«Babbo faccio un giro...». Ma Luciano Zazzeri era morto nel garage

Famoso in tutto il mondo, il ristoratore proprietario della Pineta aveva 63 anni. Fissati i funerali

BIBBONA. Per oltre trent’anni ha regalato emozioni a tavola dietro all’inseparabile cappello e grembiule d’ordinanza, meglio se bianchi. Una sorta di divisa che abbandonava raramente e fuori dalla quale facevi fatica a riconoscerlo, tanto la sovrapposizione tra l’uomo e la sua passione-professione fosse una cosa sola.

Il fuoco che ha portato Luciano Zazzeri fino alla stella Michelin e non solo, si è spento ieri pomeriggio: trovato morto, nella casa dei genitori, a Bibbona. Aveva compiuto 63 anni lo scorso 17 gennaio ed era conosciutissimo: proprietario del notissimo ristorante “La Pineta”, la baracca sul mare di Marina di Bibbona – come amava chiamarla. Il suo nome e il suo talento hanno fatto il giro del mondo tanto da avere come clienti star della musica politici, manager, personaggi dello spettacolo e intellettuali. I funerali martedì 19 alle 16 nel duomo di Cecina.

Il dramma è avvenuto intorno alle 18,30 di domenica quando il ristoratore è stato trovato senza vita nel garage dei genitori. L’ipotesi è che si sia trattato di un gesto volontario. Zazzeri lascia due figli, un nipote e migliaia di clienti che lo hanno amato e che lui ha coccolato, sorpreso, incantato con piatti indimenticabili.

«Non sappiamo spiegarci un gesto simile», dicono tra le lacrime i parenti. Le ultime parole lo chef le ha dette al padre, che domenica era andato a trovare a pranzo. «Esco a fare un giro», ha spiegato. Un’ora e mezzo più tardi, l’anziano si è affacciato e ha visto l’auto del figlio ancora parcheggiata, dunque è sceso in garage e ha fatto la drammatica scoperta.

«Aveva detto che non sarebbe andato al ristorante perché non stava bene», spiegano dalla Pineta dove lavorano i figli e che ieri è rimasta chiusa.

Proprio nella baracca sulla spiaggia diventata un luogo stellato è nato, cresciuto e ha preso forma il mito di Zazzeri. La sua storia dietro ai fornelli tra un dentice bollito e il foie gras con un filetto di triglia e la mela fritta, è una bella avventura che mischia tradizione familiare, i genitori nel 1964 presero in concessione quello che allora era uno stabilimento balneare, passione per caccia e la pesca, innovazione culinaria e spirito. Il suo modo di mischiare e ricercare le materie prime ha fatto scuola tanto da consentirgli di entrare in tutte le guide dei grandi chef. Ma Zazzeri non era soltanto un cuoco, era una persona di compagnia, uno di quei ristoratori vecchio stile che alla fine di un pranzo o di una cena si mettevano al tavolo con i clienti raccontando vecchi aneddoti. Capace anche – cosa non comune – di essere altruista con i colleghi che lo invitavano a manifestazioni di ogni genere (ora li chiamano cooking show). E allo stesso tempo esigentissimo con i dipendenti, tanto da far rifare un piatto anche dieci volte per raggiungere la perfezione tra cottura, assemblaggio delle pietanze e presentazione.

C’era poi uno Zazzeri privato, che sfiorava quello pubblico. E questo era il più inaspettato. Come quella passione per le palle di Natale con la neve che scende quando le scuoti. «Se vuoi farmi un regalo portami una palla», diceva, conservandole poi gelosamente in alcuni teche nel ristorante. Non solo perché con gli amici era capace di partire per tre o quattro giorni e andare a fare zingarate a base di cibo, chiacchiere e nottate.

Chi ha avuto il piacere di essere suo ospite oggi piange un grande chef, chi lo ha visto crescere perde un amico che adesso è solo andato a cucinare in un altro ristorante. 

 

Pubblicato su Il Tirreno