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Morte di Valentina, il fascicolo è chiuso

Il gip ha accolto la seconda richiesta di archiviazione del pm: «Non ci sono responsabilità mediche»

GROSSETO. «In conclusione non sono emersi errori diagnostici e non vi è alcuna certezza che la critica gestione della fase terminale abbia avuto un’efficacia causale nella produzione dell’evento. Tutto ciò porta ad accogliere la richiesta avanzata dal pm».


Il giudice delle indagini preliminari Marco Mezzaluna ha disposto l’archiviazione (e quelle citate sono le parole a chiusura del decreto) del procedimento relativo alla morte di Valentina Col, morta a 16 anni il 25 agosto 2013 all’ospedale di Orbetello a causa di un’embolia. Una decisione presa al termine di una lunga inchiesta in cui hanno avuto un peso determinante i pareri scientifici. Una prima archiviazione era stata richiesta nel marzo 2014, l’accusa si era convinta (sulla scorta di quanto accertato dal professor Vittorio Fineschi); la famiglia si era opposta. Nell’ottobre successivo il gip aveva disposto nuovi accertamenti, in sede di incidente probatorio. Nel febbraio 2016 la nuova richiesta di archiviazione del pm Maria Navarro, di nuovo opposta dai genitori di Valentina. Le perizie sono state discusse (Marco Di Paolo e Claudia Giaconi) e nel settembre scorso l’incidente probatorio è stato dichiarato concluso. A dicembre il pm ha di nuovo avanzato richiesta di archiviazione. La famiglia, come aveva preannunciato Massimiliano Col, padre di Valentina, non si era opposta.


Il gip ha ripercorso tutta la valutazione delle cartelle cliniche e dei comportamenti dei sanitari interessati (nove quelli interessati da questa ultima fase, l’ipotesi era di omicidio colposo), comprese le conclusioni degli esperti nominati dalla famiglia Col. E ha poi messo il tutto a confronto con il riscontro della sussistenza del nesso causalità tra condotta ed evento.


«Secondo le conclusioni cui sono i giunti i periti - osserva Mezzaluna - l’embolia polmonare è stata incontestabilmente la causa del decesso; si è formata con certezza il 24, come risultato dall’esame autoptico, mentre per il 21 agosto vi poteva essere al massimo un sospetto. Con certezza a quella data vi era un’area di infiltrazione emorragica contusiva sulla pleura, responsabile del versamento pleurico, compatibile con Tac ed amnesi. In sostanza non vi è alcuna certezza che già il 21 agosto potesse essere sussistente e quindi diagnosticabile e l’embolia polmonare che poi ha portato al decesso». Sul nesso causale, il giudice nota che il professor Di Paolo aveva concluso che difficilmente una diagnosi più tempestiva e una terapia fibrinolitica avrebbero potuto «aumentare le sua chances di sopravvivenza rispetto alla sola somministrazione di eparina ma non avrebbe consentito, con alto o elevato grado di credibilità razionale o probabilità logica e comunque oltre ogni ragionevole dubbio, di scongiurare il decesso».


Chiuso definitivamente dunque il procedimento che vedeva indagati Maurizio Manini, Leonardo Rigati, Claudio Prugnola, Michele Magaldi, Rosella Visconti, Carlo Nucci, Claudio Giuseppe Angelucci, Gennaro Troncone e Giulia Casini, difesi dagli avvocati Luciano Giorgi, Carlo Valle e Patrizia Fabiani.


 

Pubblicato su Il Tirreno