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Marino: «Sofri mi disse sì, ammazzate Calabresi»

Il leader di Lotta continua, avrebbe dato l’ordine durante un incontro a Pisa per l’omicidio del commissario ucciso il 17 maggio 1972 a Milano: condannato come mandante, ha sempre negato

PISA. Leonardo Marino, nel racconto che fa al giornalista Aldo Cazzullo nel libro “I ragazzi che volevano fare la rivoluzione”, ricostruisce i fatti così: «Andai a Pisa a parlare con Sofri, al termine del comizio per la morte di Serantini, per avere la certezza che Adriano fosse d’accordo e non trovarmi di fronte a un colpo di mano di Pietrostefani, sostenitore della linea militarista uscita vincente dal convegno di Rimini (di Lotta continua, ndr). E Adriano mi disse: “Fatela questa cosa, e speriamo che ci vada bene”».



QUELL’INCONTRO DOPO IL COMIZIO


L’incontro tra Marino e Sofri sarebbe avvenuto il 13 maggio 1972 in un bar di Pisa, vicino a piazza San Silvestro. La “cosa da fare” sarebbe l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, effettivamente avvenuto quattro giorni dopo. Gli autori del delitto, secondo la versione di Leonardo Marino, resa sedici anni dopo l’esecuzione, sarebbero stati lo stesso Marino e Ovidio Bompressi, entrambi militanti di Lotta continua. Il mandante, per il grande accusatore, sarebbe stato Adriano Sofri, leader indiscusso di Lc, il quale, nella lunga vicenda giudiziaria che ne seguì, ha sempre negato. La sentenza definitiva accreditò però la versione di Marino e condannò Sofri, che ha trascorso 15 anni tra il carcere Don Bosco di Pisa e gli arresti domiciliari. In effetti il processo si è giocato sulla parola dell’uno contro quella dell’altro. Non ci sono prove contro Sofri, però la testimonianza di Marino (che era stato molto vicino a Sofri nelle lotte alla Mirafiori di Torino) ha pesato.



GIÙ DAL QUARTO PIANO DELLA QUESTURA


Comunque siano andate le cose, c’è quindi un collegamento di sangue tra Pisa e Milano, tra la morte di Serantini e la morte di Calabresi. Ma perché far fuori il commissario Calabresi? Perché quell’uomo era ritenuto responsabile della morte, due anni e mezzo prima, dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra del quarto piano della questura di Milano dopo essere stato fermato per l’attentato di piazza Fontana nel dicembre 1969. La versione ufficiale parlò di suicidio, ma fin da subito l’estrema sinistra (e non solo) ripudiò questa “verità”, sostenendo che in realtà Pinelli era stato buttato di sotto.


IL CLAMOROSO DEPISTAGGIO


E siccome Calabresi conduceva l’interrogatorio, gli venne addossata la colpa della tragica fine dell’anarchico, ingiustamente accusato di aver organizzato, insieme a Pietro Valpreda, la strage alla Banca nazionale dell’agricoltura di Milano (12 dicembre 1969) in cui morirono 17 persone. La pista anarchica si dimostrò poi un clamoroso depistaggio, visto che la strage era stata compiuta da una micidiale sinergia tra servizi segreti deviati dello Stato e ambienti neofascisti.



UN BERSAGLIO TROPPO FACILE


Calabresi era nel mirino da tempo. I più noti intellettuali italiani avevano firmato un appello chiedendo di «trasferire il commissario torturatore» da Milano. Su muri, volantini e giornali erano comparse ripetutamente minacce di morte per vendicare Pinelli. La vedova dell’anarchico aveva denunciato il commissario per omicidio volontario e, in subordine, omicidio colposo. Nonostante tutto ciò il ministero non lo aveva né sospeso né trasferito. Non aveva scorta o protezione, andava in ufficio con la sua Fiat 500. Era dunque un bersaglio facile. Quando, la mattina del 17 maggio 1972, uscì di casa alle 9.10, non ebbe scampo. Il killer gli sparò due colpi di pistola, uno alla schiena e uno alla testa.


IMPRESSIONE ENORME IN TUTTO IL PAESE


L’impressione nel Paese fu enorme. La condanna fu unanime. O quasi. C’era anche chi commentava: «Ben fatto». E sul giornale di Lotta continua si leggeva: «...L’omicidio politico non è certo l’arma decisiva per l’emancipazione delle masse dal dominio capitalista, così come l’azione armata clandestina non è certo la forma decisiva della lotta di classe nella fase che noi attraversiamo. Ma queste considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l’uccisione di Calabresi, un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia».


LA VIOLENZA IL “MALE OSCURO”


Scriveva il nostro giornale sull’edizione del 18 maggio 1972: «È una china pericolosa quella su cui stiamo scivolando. Una china già costellata di troppi cadaveri... La violenza è il “male oscuro”... E questo è intollerabile per ogni coscienza la quale rifiuta di risolvere le questioni umane in termini di violenza bruta; ma è anche intollerabile per un corpo sociale che non voglia cedere alla tentazione di andare alla deriva, dilacerato dalle passioni e dagli odii».


Ai funerali del commissario Calabresi parteciparono duecentomila persone. Scene e parole da un’Italia sull’orlo del baratro.



 

Pubblicato su Il Tirreno