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Rogo mortale, il sindaco di Vaiano sentito come testimone

Primo Bosi era finito nelle intercettazioni telefoniche per i suoi contatti con la proprietaria italiana della casa-fabbrica dove sono morti due operai cinesi

PRATO. Il sindaco di Vaiano Primo Bosi è stato sentito in tribunale di sostituti procuratori Lorenzo Gestri e Francesco Sottosanti, titolari dell’inchiesta sul rogo della Tignamica dove, il 26 agosto scorso, sono rimasti uccisi dal fuoco due operai cinesi mentre stavano lavorando abusivamente nella mansarda di una casa-fabbrica. Bosi è stato sentito come persona infomata sui fatti e ha dovuto spiegare i suoi rapporti con Patrizia Carmagnini, la proprietaria dell’immobile di via Val di Bisenzio che ospitava la fabbrica abusiva, ora agli arresti domiciliari per omicidio colposo, incendio colposo e omissione dolosa delle cautele antinfortunistiche. Per gli stessi reati sono in carcere i due inquilini cinesi, marito e moglie, Hu Yongsheng e Hu Yinyan, accusati anche di impiego di manodopera clandestina. Indagato anche l’elettricista che ha lavorato all’impianto elettrico. Tra il sindaco Bosi e Patrizia Carmagnani ci sono state alcune telefonate nei giorni seguenti alla tragedia. Dal canto suo Bosi ha annunciato che il Comune di Vaiano si costituirà parte civile nel processo. Oggi il tribunale del Riesame valuterà la richiesta di revoca delle misure cautelari presentata dai legali di Patrizia Carmagnini e della coppia cinese.

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Nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Angela Fantechi il sindaco Primo Bosi viene citato quando si ricorda che Patrizia Carmagnini "ha molti contatti con rappresentanti dell’amministrazione comunale di Vaiano, sentendosi più volte con il sindaco, che si preoccupa di avere informazioni su quale sia la situazione, ricevendo aaggiornamenti addirittura sull’esito dell’istanza che stava presentando in Procura per accedere ai luoghi sequestrati, e viene informata della condizione dei locali incendiati da una non meglio precisata persona del Comune, che avrebbe fatto accesso all’immobile il giorno dell’incendio, verosimilmente durante i sopralluoghi". Queste e altre circostanze hanno indotto il giudice a ritenere che a carico della proprietaria italiana dell’immobile ci fosse il concreto rischio di inquinamento delle prove, una delle condizioni per disporre la misura di custodia cautelare degli arresti domiciliari.

Pubblicato su Il Tirreno