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Il mio cuore è rimasto sull’isola dei prigionieri

Il soldato italiano alle Orcadi e un amore in tempo di guerra

Questa è una storia d’altri tempi, dei giorni di guerra. È un lungo addio tra due anime che si riconobbero e amarono da lontano, si persero e ritrovarono nei ricordi. Ne restano solo due tracce: un cuore ai confini del mondo e un nome di donna. Barbara Santoro ha 47 anni, è logopedista, vive in Abruzzo a Silvi. La prima traccia è lei: nel suo nome è custodito il segreto di suo nonno, Giuseppe Palumbi.

L’ARTISTA DEL FERRO

«Animo riservato, sensibile: mi ha cresciuta nella delicatezza. I suoi occhi però erano velati da una malinconia che prima della deportazione non conobbe», ricorda Barbara. Durante la Seconda guerra mondiale molti italiani furono catturati dagli Alleati in Africa. Nel 1941 Palumbi era in Libia e dovette arrendersi agli inglesi. In Abruzzo lo aspettavano una moglie, Pierina, e un figlio di due anni, Renato.

DEPORTAZIONE

Il destino gli risparmiò sabbia e miraggi, ma lo catapultò - prigioniero di guerra - lontano, ai confini del mondo dove in inverno le ore di luce si contano su una mano e le aurore boreali ingoiano l’orizzonte. Laggiù, sulle isole Orcadi, ultima appendice a nord-est della Scozia, lui che conosceva l’arte del ferro realizzò la sua opera più grande al caro prezzo di lasciarci il cuore. Giuseppe Palumbi fu uno degli artefici di ciò che gli scozzesi definirono “il miracolo del Campo 60” ma che la quasi totalità degli italiani ignora. In quel fazzoletto di terra la sua storia si sussurra ancora nei negozi dalle porte colorate, davanti alle zuppe di pesce, tra i vicoli lastricati.

LA CHIESETTA

Il Campo 60 era la somma di 13 baracche riservate ai soldati di Mussolini catturati dagli Alleati. Altrettante si trovavano nel vicino Campo 34. I mille deportati italiani arrivarono nel febbraio del 1942 dopo aver circumnavigato per mesi l’Africa ed essere sbarcati a Liverpool. Sulle Orcadi dovevano costruire le barriere a protezione della baia di Scapa Flow, violata nel ‘39 dagli U-boat, i sottomarini tedeschi. Domenico Chiocchetti, uno dei prigionieri, descrisse così l’arrivo: «L’isola sembrava desolata: spoglia, nebbiosa, esposta al vento e alle piogge. Le tredici baracche erano delle capanne piene di fango». Mesi dopo, proprio per volontà di Chiocchetti, una di quelle capanne divenne una chiesetta, luogo di culto e di amicizia tra carcerati e carcerieri. In muratura, rifinita in legno, impreziosita dagli affreschi. Ci lavorarono artigiani, imbianchini, pittori, manovali, tutti soldati italiani prigionieri. Giuseppe Palumbi realizzò il cancelletto in ferro battuto che si spalancava sull’altare. La chiesa era così bella che alla fine della guerra gli scozzesi non se la sentirono di distruggerla. Oggi è la principale attrazione della zona.

IL RITORNO

«Eppure mio nonno non seppe mai che la chiesetta fosse ancora in piedi – racconta Barbara – è morto nel 1980, col sogno di poter rivedere l’isola». Nei decenni gli ex prigionieri che sono tornati alle Orcadi lo hanno cercato per mari e monti, Giuseppe, senza mai riuscire a trovarlo. Avrebbero voluto riavvolgere il filo del passato insieme a lui, ma internet e i social non esistevano e non lo trovarono. Esiste ancora un audio della Bbc Radio che pagò le spese a Chiocchetti nel 1960 per consentirgli di tornare alle Orcadi e restaurare la chiesa. «Si sentono i passi – racconta Barbara – le porte che si aprono e poi la frase di Chiocchetti davanti al cancelletto: Palumbi dove sei?».

L’ISOLANA

Fu così che al fabbro abruzzese non restò che una foto in salotto per navigare nei ricordi. In realtà, dalla prigionia si portò due foto. Nella seconda era insieme ad una ragazza, un’isolana, Barbara. Venne distrutta dalla moglie Pierina a cui Palumbi non nascose mai di aver avuto una simpatia nella lontananza. I compagni raccontano che Giuseppe la conobbe durante uno dei viaggi su Mainland, l’isola più grande, dove il fabbro prelevava ferro e carbone dalle navi per forgiare il cancelletto. Barbara aveva 20 anni, suonava il piano, era un’artista; lui conosceva l’inglese, aveva lavorato negli Usa e portava con sé un banjo. Si riconobbero al volo. Nei mesi, Giuseppe fu invitato più volte a casa di Barbara, dove parlava di guerra e politica. La storia finì con la conclusione della Seconda guerra mondiale. Il fabbro aveva moglie e figlio in Italia: decise che era tempo di rientrare. Prima però portò a termine il suo cancelletto e lo mostrò alla donna.

SECONDA TRACCIA

Davanti alle porte le disse di non guardare in alto verso gli affreschi dipinti del prigioniero Pennisi ma in basso, a terra, dove le ringhiere si univano dentro ad un piccolo cuore. Fu un ultimo regalo, un messaggio: il mio amore resta qui. Dopo il ritorno in Italia nacque la seconda figlia, Gianna. «Mio nonno si confidava spesso con lei – racconta Barbara – le parlò della prigionia, delle Orcadi». Così, quando Gianna ebbe una bambina le venne spontaneo chiamarla Barbara.

IL TESORO

Sebbene il loro rapporto non avesse “troppi slanci” - ricorda Barbara - Giuseppe risposte alla ragione e rimase con la moglie, ma continuò a concedersi dei viaggi nei ricordi su quel luogo di prigionia e gioventù. «Non parlò mai apertamente della storia – dice la nipote – ma c’erano delle tracce. Qualche anno prima di morire trovai il diario della sua malattia. In una pagina c’era un cuore con la scritta “Barbara il mio piccolo, grande tesoro”. Pensai che “piccolo” fossi io e “grande” la donna delle Orcadi. Un’altra volta da bambina gli confidai che avevo una cotta per un ragazzino che a lui non piaceva; prima reagì in malo modo poi tornò da me e mi disse che mai nella vita avrei dovuto trascurare il cuore».

DOVE SEI?

Nel 2014, Barbara Santoro è stata insieme alla famiglia alle Orcadi per il 70° anniversario della costruzione della chiesetta. «Ritrovare la mano di mio nonno così lontano è stato bellissimo», racconta. Poi, ha passato diverse ore negli archivi dell’isola a cercare notizie sulla donna che portò il suo nome. «Sembra sparita nel nulla, nessuno la conosce. Forse se ne andò da giovane, dopo la guerra». Forse sparì, delusa, con una foto in tasca. O magari, come altre donne, cercò quel prigioniero italiano per tutta la vita.

«Due anziane si sono avvicinate e mi hanno chiesto notizie di due italiani, io però non li ho più rivisti. Se ne sono andate dispiaciute», così raccontò nel 1992 al giornalista Luciano Donzella, Ugo Barucci di Piombino, un ex deportato al ritorno da una visita alle Orcadi.

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Pubblicato su Il Tirreno