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«I soldi spettavano ai parenti delle vittime»

Parla il figlio di Bruno Lucchesi ucciso nel 1976 da Vallanzasca, che vince l’ultima causa risarcitoria intentata dal Viminale

LUCCA. Nessun risarcimento. Nemmeno quarant’anni dopo. Il ministero degli Interni perde l’interminabile partita con Renato Vallanzasca, il bel René, ex capo della mala milanese negli anni Settanta che tra le tante «imprese» criminose venne ritenuto responsabile dell’omicidio di Bruno Lucchesi, il poliziotto lucchese ucciso il 23 ottobre 1976 in uno scontro a fuoco avvenuto a Montecatini sulla Firenze-Mare. Vallanzasca, che sta scontando in carcere l’ergastolo, era stato chiamato in giudizio dallo Stato per ottenere almeno parte del risarcimento da oltre 400mila euro mai versato per l’omicidio del poliziotto. Soldi che sarebbero entrati nella disponibilità del bandito e della moglie Antonella D’Agostino quali proventi per la cessione dei diritti alla casa cinematrografica «Cosmo Production srl» per il film realizzato da Michele Placido e per la stesura di un paio di libri sul «bel René». Il giudice civile Lilia Popoff, della seconda sezione del tribunale di Milano, ha ritenuto la richiesta del Ministero degli Interni non idonea in quanto dalla documentazione in atti, e in particolare dagli accertamenti patrimoniali compiuti dalla Guardia di Finanza, non sarebbero emersi elementi univoci idonei a dimostrare che metà della somme pagate alla consorte di Vallanzasca fossero riscosse in nome e per conto del marito. La D’Agostino infatti durante il procedimento si era difesa spiegando che quelle somme ricevute dalla casa cinematografica erano dovute alla sua attività di collaborazione: stesura del copione, permanenza sul set, scelta degli attori non protagonisti e serate di promozione. Una versione ritenuta verosimile dal giudice che, ironia della sorte, ha condannato la parte attrice (il Viminale) al pagamento delle spese legali alla moglie dell’ex boss della malavita milanese (5.800 euro).

Il figlio di Bruno. Di questa ennesima beffa il figlio della vittima, Armando Lucchesi, 58 anni, ferroviere, residente in via dei Banchieri a Lunata, lo ha appreso dal cronista: «Ogni volta che qualcuno riparla di quella storia si riapre una ferita che non si è mai rimarginata. Perdere un padre a 18 anni è un’esperienza che non auguro nemmeno al peggior nemico. Confesso: nessuno mi aveva parlato di quella causa dello Stato nei confronti di Vallanzasca. E ormai non m’indigno nemmeno più nel sapere che quell’uomo ha guadagnato tanti soldi per raccontare i suoi crimini e nel constatare che lo Stato non abbia potuto entrare in possesso neanche di una parte di quei proventi spettanti a titolo risarcitorio per la morte di un servitore di questo Paese. Sembra quasi che le vittime siano i perdenti e gli assassini i vincitori. Fa male, ma ormai alla mia età ci ho fatto il callo».

L’ultimo lutto. In aprile è venuta a mancare Nativa, la moglie dell’agente assassinato, madre di Armando, Carolina e Maria Antonietta : «Ci ha fatto da padre e da madre. Una donna forte. La polizia non ci ha mai abbandonato. Al di là delle commemorazioni annuali, i colleghi di Montecatini e di Lucca ci sono stati sempre vicini. La divisa di poliziotto? Non mi è mai interessata. E con la morte in servizio di mio padre diciamo che a quell’età ho avuto una sorte di rigetto. In fondo è comprensibile. Tuttavia ho indossato per più di trentacinque anni un’altra divisa: quella del ferroviere che mi onoro ancora di indossare mentre le mie sorelle, che all’epoca avevano 15 e 8 anni, lavorano alle Poste».

Nessuna lettera di scuse. Dal bel René, che ha sempre negato di essere l’autore del delitto (si era autoaccusato Pino Cobianchi, poi morto suicida senza che vi fosse la prova di quanto dichiarato), mai una lettera di scuse o un tentativo di chiarimento con la famiglia Lucchesi: «Come fai a perdonare uno che ti ha ammazzato il padre e che non ha mai mostrato segni di pentimento per tutto il male che ha fatto? Personalmente non ho mai voluto incontrarlo. Mi bastava osservare in tv il suo atteggiamento strafottente per avere una repulsione immediata. Certi ricordi poi non fanno bene e non ti aiutano ad andare avanti nella vita. Una domanda guardandolo negli occhi vorrei fargliela: la verità sulla morte di mio padre. Dopo quarant’anni credo di averne diritto. Non si può tornare indietro, ma almeno avere la certezza su chi ha sparato quel giorno per me sarebbe importante».

Pubblicato su Il Tirreno