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Uccise la moglie malata condannato dopo 8 anni

La donna era malata di Alzheimer e in quel momento ricoverata in ospedale il marito, ex vigile urbano, le sparò tre colpi di pistola. Poi non riuscì a suicidarsi

PRATO. La Corte d'assise di Firenze ha condannato ieri, Vitangelo Bini, 86 anni, a 6 anni e 6 mesi per l'omicidio volontario aggravato della moglie, Mara Tani, all'epoca del fatto ottantaduenne e gravemente malata di Alzheimer da 12 anni. L'uomo non voleva vederla soffrire più. Le sparò in una corsia dell'ospedale di Prato il 1° dicembre 2007. Bini, per 35 anni vigile urbano a Firenze, usò una pistola della sua collezione di armi. Esplose tre colpi - ma come è stato ricostruito nel processo - il terzo sparo non era previsto per la moglie, ma per sé stesso per suicidarsi. Però, siccome dopo i primi due colpi il corpo della donna ebbe un sussulto, Bini credette di non averla uccisa e le sparò una terza volta. Quindi si mise a sedere e digitò il numero del 113 dal suo cellulare per autodenunciarsi alla polizia. Nel frattempo nel reparto accorsero i sanitari e anche una guardia giurata dell'ospedale, e Bini fu bloccato.

L'ex vigile urbano, assistito dall'avvocato Lapo Bechelli, aveva sempre assistito la moglie in casa, poi per un aggravamento delle condizioni fisiche ci fu il ricovero in ospedale. Vedendo la moglie in gravissime condizioni nel letto di una corsia ospedaliera, l'ex vigile maturò l'iniziativa di ucciderla. Il pubblico ministero aveva chiesto 7 anni e 6 mesi. Nella ricostruzione della vicenda è stato ricordato che Vitangelo Bini il 1° dicembre 2007, verso mezzogiorno, aveva appreso dalla figlia che per la madre i medici non nutrivano più speranze di miglioramento e che entro qualche tempo sarebbe morta. Da qui maturò il progetto di ucciderla. Nel pomeriggio l'ex vigile si presentò in ospedale, all'ora del passo, con una pistola, un revolver, regolarmente detenuta. Entrò nella stanza dove la moglie era degente con altre pazienti, si avvicinò al letto, le coprì con due asciugamani il volto e l'addome affinché le fiammate degli spari di pistola non la deturpassero e sparò. Un primo colpo fu mirato alla testa, un secondo al cuore. Poi Bini sparò un terzo colpo alla testa quando vide che la moglie agitava un braccio e ritenne che non fosse morta. Nel processo è stato detto che in realtà aveva previsto di indirizzare il terzo proiettile contro se stesso, per suicidarsi. Ora la difesa di Bini anche in base alle motivazioni della Corte d'assise, si riserva di presentare ricorso in appello, in particolare per veder riconosciuta al suo assistito l'attenuante dei motivi di particolare valore morale e sociale. All'ex vigile sono invece stati riconosciuti il vizio parziale di mente e le attenuanti generiche, anche in ordine al risarcimento del danno nei confronti dei loro due figli, a cui don l'abitazione. Il processo davanti alla Corte d'assise si è tenuto nell'aula bunker di Firenze, e non nel palazzo di giustizia a Novoli.

Pubblicato su Il Tirreno