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È morto Padre Carlo, anima del Cotone. Una vita dedicata ad aiutare gli ultimi

Da tempo si era ritirato a Parma per dei problemi di salute, per 33 anni ha guidato la parrocchia nel quartiere operaio della città

PIOMBINO. Marzo 1986. Una vita fa. Padre Carlo ha 47 anni. Si è appena lasciato alle spalle le foreste del Congo, dove ha prestato la sua opera da missionario per dieci anni. Arriva al Cotone, il grigio quartiere operaio ai piedi dell’altoforno di Piombino. Un altro mondo. Sono gli anni in cui la crisi industriale inizia inesorabile ad assestare i suoi colpi, lo spolverino annerisce le case e fa pizzicare le gole. Deve essere solo una breve sosta del suo percorso di vita, ma padre Carlo Uccelli, a Piombino, vi rimane 33 anni, lasciando un segno indelebile nei cuori di credenti e non credenti. Cattolici e comunisti. Operai e immigrati. Per questo la notizia della sua morte avvenuta a Parma, dove si era ritirato da tempo per dei gravi problemi di salute, è un pugno nello stomaco per chi, in questi anni, ha incrociato il passo con lui.

A dare la notizia della scomparsa del parroco, avvenuta nella tarda mattinata di ieri, è Emma Gremmo. Del resto, non poteva che essere lei: la missionaria laica è stata sempre al fianco di padre Carlo nell’esperienza di Piombino. Un legame indissolubile che non si è mai spezzato. È stata lei ad accompagnare il parroco nel suo ultimo miglio percorso nella sua vita terrena, a tenergli la mano in questi giorni nella casa generale dei saveriani a Parma. Padre Uccelli aveva 82 anni. Molti di questi li ha passati in prima linea, sempre pronto ad aiutare i più deboli. Dalla parte di chi si trova ai margini. Nel 2019, tagliato il traguardo degli ottant’anni, padre Carlo decise di lasciare Piombino. Una seconda casa per lui, emiliano, che per missione aveva girato il mondo fin da giovane.

Lasciò la Toscana per andare a Modica, in Sicilia. Non si sentiva pronto per la pensione, c’era ancora bisogno di lui. E dove, se non sul fronte dell’accoglienza ai migranti, a dare una mano di chi si era lasciato alle spalle tutto e non aveva più niente? Proprio su un’isoletta della Sicilia la salute del missionario iniziò a vacillare. Un malore, poi il ricovero in una clinica a Catania. E l’intrecciarsi di altri gravi problemi di salute. Da tempo Padre Uccelli era tornato a Parma, dove si è consumato l’ultimo capitolo della sua esistenza. Ma il ricordo di lui, a Piombino, è vivido. «La cosa più bella della mia esperienza a Piombino – raccontava Padre Carlo dalla Sicilia, quando Il Tirreno lo contattò per telefono nel febbraio scorso – fu il trovare gente solidale e generosa, disponibile concretamente. La negativa? L’ambiente inquinato, il non rispetto dei lavoratori e dei residenti». Sì, perché questa era un’altra caratteristica di Padre Carlo: non rassegnarsi di fronte alle ingiustizie. Per questo motivo entrò a far parte del comitato antinquinamento che lottò per far chiudere la parte più inquinante della Cokeria. Non solo. Fu tra i fondatori (per poi diventare socio onorario) dell’associazione Ruggero Toffolutti impegnata sul tema della sicurezza dei lavoratori. In trentatre anni alla guida della Parrocchia Santa Maria del Rosario ha seguito da vicino la trasformazione della città e l’evoluzione della Borgata Cotone. L’ex quartiere operaio si è spopolato negli anni: i negozi e le attività sono chiuse. Nelle case disabitate della zona si sono insediati tanti immigrati. Così la parrocchia si è trasformata in un luogo di integrazione, di accoglienza e incontro tra persone con provenienze e culture diverse. Tanto lavoro, un impegno costante quello del sacerdote e di Emma Gremmo. Instancabile. Che non è passato inosservato in città. Alla fine di maggio del 2019 padre Carlo salutò la sua gente, con una festa alla quale partecipò l’intera Borgata del Cotone.

Occhi lucidi, emozioni intense e tanti abbracci. Era il preludio di un addio. Solo l’ultimo segno lasciato da una persona che non sarà dimenticata dai piombinesi.

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Pubblicato su Il Tirreno