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Addio Paolo, falegname buono. Da 63 anni viveva in una Rsa e aiutava gli anziani come cameriere e portinaio

Livorno, era entrato diciannovenne nella casa di riposo di Marlia dopo la morte della madre.

LIVORNO. Una simpatia che ti conquistava a prima vista, anticonformista, ma con l’umanità di un uomo d’altri tempi. C’è tristezza alla Casa di riposo di Marlia per Paolo Pampana, livornese, scomparso l’altro ieri a 82 anni. Nella Residenza sanitaria assistita viveva da quando ne aveva diciannovenne, dopo avere perso in precedenza la madre. Ma è anche il momento dei tanti ricordi belli, delle emozioni e dell’umanità che ha saputo trasmettere alla famiglia di Casa Gori e alla comunità marliese dove era conosciuto ed amato.

Originario di Livorno, è stato probabilmente il più giovane ospite di una struttura nata per prestare assistenza ad anziani bisognosi. Orfano di madre a 11 anni, fino ai 19 anni aveva vissuto con la nonna a Livorno, per poi entrare nella struttura di Marlia insieme al padre, che dopo qualche tempo è morto. Paolo aveva scelto di restare a Marlia, dove aveva aperto una piccola bottega di falegnameria ed era impegnato nelle attività del paese, compreso il presepe vivente allestito ogni anno nella Rsa e di cui era un figurante immancabile. Sempre impeccabile ed elegante, in giacca e cravatta, una volta dismessi gli abiti di lavoro, era appassionato di ciclismo e faceva il volontario nella Misericordia del paese.

«All’inizio, vista l’età troppo giovane, non mi volevano accettare qui, ma poi cedettero – aveva raccontato in occasione di uno dei suoi compleanni festeggiati dagli animatori della struttura – mio fratello e mia sorella più volte mi hanno detto di trasferirmi da loro. Ma io ho sempre risposto che tenevo alla mia indipendenza e per questo ho scelto la Casa di Riposo, un posto dove mi sono trovato benissimo e in cui ho incontrato persone splendide». E dal 30 gennaio 1958 la sua vita è trascorsa nella Residenza sanitaria assistita di Marlia dove ha fatto il portinaio, il cameriere, per poi passare al banco dello spaccio a preparare i caffè, diventando un volto popolare ai frequentatori della struttura.

Toccante il ricordo del sindaco Luca Menesini: «Un giorno triste, perché era una vera e propria istituzione di Casa Gori, dove era entrato con il padre dopo aver perso la mamma. È stata la sua casa, a tutti gli effetti, e lui si è impegnato ogni giorno della sua vita per restituire a questa comunità che lo aveva accolto e che non lo ha lasciato solo quando è rimasto orfano. Mi ero molto affezionato a Paolo, ogni volta che andavo alla residenza ci facevo una bella chiacchierata. Credeva nella istituzioni, aveva un grande senso della comunità e della solidarietà».

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Pubblicato su Il Tirreno