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Muore in ospedale contagiata da un’infermiera non vaccinata. Il figlio: «Uccisa dalle falsità no-vax»

Pistoia, l'anziana è morta all'ospedale San Jacopo dopo essere stata colpita da una polmonite da Covid. Lo sfogo del figlio

PISTOIA. Non cerca né vendetta né giustizia. Non chiede che qualcuno paghi per ciò che è successo. Vuole soltanto che tutto questo non succeda di nuovo. Che nessun altro si debba trovare a vivere un dolore come il suo. Lui che, una settimana fa, ha perso l’anziana madre, ricoverata all’ospedale San Jacopo di Pistoia per una frattura ma lì contagiata da un’infermiera non vaccinata. E morta una ventina di giorni dopo, a causa di una polmonite da Covid, come gli hanno detto i medici e come ha ufficializzato l’Asl inserendo il nome della mamma nella lunga lista dei decessi provocati dal virus.

Mirella Galdacci aveva novant’anni, viveva a Cantagrillo, nel comune di Serravalle Pistoiese, ed era una dei cinque pazienti ricoverati in chirugia A, all’ospedale di Pistoia, risultati positivi nel fine settimana di Ferragosto, quando scattarono i controlli dopo che un’infermiera del reparto, non ancora vaccinata (ma con l’appuntamento fissato per farlo), aveva manifestato i sintomi del Covid ed era stata a sua volta ricoverata. «Mia mamma – ci spiega il figlio Fabrizio Natalini – aveva subito un intervento per la frattura di un femore. Ci avevano avvertito che sarebbe stato un intervento a elevatissimo rischio, lei lo sapeva e aveva accettato. Ma l’intervento era stato superato, la mamma non ha avuto danni, il decorso era normale. Quello che ha aggravato fino all’estremo è stata la polmonite da Covid, come mi hanno detto i medici».

All’indomani della morte della mamma, Fabrizio Natalini ha anche affidato a Facebook il suo dolore, le sue considerazioni e il suo appello a non credere alle menzogne dei no vax. «La mia vecchina era stata contagiata proprio in ospedale, dove invece doveva essere protetta – ha scritto – La polmonite, anche se vaccinata, arriva; il suo organismo, il suo cuore di novantenne erano troppo sotto pressione. Insufficienza respiratoria, ossigeno e solitudine in quel lettino nel reparto di isolamento. Le cose peggiorano ogni giorno. Io mi prendo la croce da solo e mi tengo per me i bollettini quotidiani: dicevo che era stabile, ma sapevo che non era così».

Poi la telefonata dal medico del reparto. «Quando chiama il medico di domenica non è mai buon segno – racconta – Si sta avviando verso una situazione irreversibile: da qualche giorno ha la maschera in pressione, ma non basta. “Le lascio un permesso: venga a farle visita. Le diamo tutto il necessario per entrare protetto”. Domenica pomeriggio (il 5 settembre, ndr), una persona che forse ero io, ma non ne sono sicuro, entra in reparto. Si veste come il personale medico ed entra. La mia dolce vecchina è nel letto, con gli occhi semi aperti, mi fa un cenno con la testa e mi fa capire di avermi riconosciuto. Per quindici minuti le tengo la mano, l’accarezzo, ci sono per lei. Si affanna con la sua bocca per prendere ogni soffio di ossigeno, ma vedo che non le basta. Passano i quindici minuti: devo uscire. Andare via è molto peggio che entrare. La saluto: “Torno domani, mamma. Ciao”. Lei riesce a trovare il fiato per dirmi ciao, ma era ancora lucida e nel profondo sapeva che il suo domani sul calendario non c’era. Alle 23,15 arriva la telefonata: “ci ha lasciati”».

Come detto, non punta il dito Fabrizio Natalini, non invoca punizioni: «Tanto in vita la mamma non me la rende nessuno» ci dice. Ma fa un appello affinché qualcosa cambi. «Vi chiedo, anzi vi supplico scrive su Fb – invece di credere solo a qualche sconosciuto che tira fuori le teorie più strampalate, provate a credere anche a noi che ci siamo trovati nel mare in tempesta. Non è una malattia come le altre. Questa colpisce, lascia il segno, separa le persone nei loro ultimi giorni di vita. Impedisce un ultimo saluto, un atto umano, lascia a chi resta croci quasi impossibili da portare lungo la strada della vita. Fatela finita: scendete dal piedistallo, venite a camminare con noi umani. Basta con le false verità: che non fa nulla, che i vaccini non servono, che è tutto un gioco di interessi. Basta. Le bugie che scrivete vanno solo segnalate perché vengano oscurate. La terra è piatta non è un opinione: è una cretinata. Il virus non esiste, non fa nulla, non è un’opinione: è falso. Il vaccino non serve ed è pericoloso non è un’opinione: è falso».

«Prego perché nessuno debba vivere il mese e gli attimi che ho vissuto io – conclude – Il sipario è calato su nove decenni di vita modesta, gentile, educata, altruista, semplice, a volte molto difficile. Una storia è finita; una bella storia. Con te se ne va la cara testimone di tutti gli anni che ho vissuto fino a oggi. Ogni giorno ci sarà un dolce pensiero per te. Grazie per avermi insegnato, per avermi accompagnato. Buonanotte dal “tuo bimbo”, Mirellina».

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Pubblicato su Il Tirreno