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Femminicidio di Monterotondo Marittimo, Nicola litigava con Silvia per i figli di lei

L’assassino di Monterotondo resta in carcere, ha colpito la compagna almeno due volte con un coltello al collo sull’auto verso casa. Ma ora non sa spiegare perché e non ricorda di averlo fatto

GROSSETO. No, non è stata la gelosia ad armare la mano di Nicola Stefanini. Che ha ucciso la proprio compagna a coltellate mentre tornavano a casa dalla cena per il loro terzo anniversario. Lo ha detto ieri nell’interrogatorio. C’erano litigi con Silvia Manetti, sì, ha ammesso, ma non a causa di uomini, a parte quel messaggio di tanto tempo fa inviato a lei da un suo ex: tutto a posto, tutto chiarito.

Se litigavano – e litigavano – era per i figli di lei, 10 e 14 anni, per il ruolo di lui che non si vedeva abbastanza riconosciuto nella nuova famiglia. Sì, era anche vero che c’erano stati momenti in cui lei aveva detto che voleva interrompere la relazione; poi tutto era stato dimenticato, tutto era tornato a scorrere come prima, in armonia. Piange Nicola, piange anche davanti al giudice che lo interroga per l’omicidio della compagna, quelle coltellate mortali sferrate al collo di lei nell’abitacolo del Fiat Doblò lasciato in sosta lungo strada 398 che sale verso Monterotondo Marittimo, il loro paese, poco dopo la mezzanotte tra mercoledì e giovedì.

Venti minuti di racconto davanti al giudice Marco Mezzaluna, costellati da tanti «non ricordo», tanti «non so perché l’ho fatto». Disperato, l’operaio di 48 anni originario di Altopascio, è rimasto lucido fino a che si è trattato di ricordare cosa era avvenuto fino alla mezzanotte: la cena del terzo anniversario di convivenza in un locale di Gavorrano, il ritorno verso casa dove li aspettavano i figli di lei. Poi un blackout: si ricorda di aver fermato l’auto ma non i motivi per cui era partita la discussione.

E poi le coltellate. Almeno due, sul lato destro del collo, una particolarmente estesa: Stefanini è mancino, l’avrebbe colpita con un movimento ampio del braccio sinistro, mentre lei era seduta sul lato passeggero e teneva la mano sinistra sullo sblocco della cintura di sicurezza, rimasta impigliata, con la destra a pararsi (sono rimasti alcuni segni sull’avambraccio) mentre forse cercava di sfuggire alla violenza aprendo la portiera, mettendo la gamba fuori.

La verità su quei tragici minuti la potrà raccontare lui, se il tempo lo aiuterà a recuperare la memoria, se nei prossimi giorni troverà la volontà di farsi ascoltare dal pm Anna Pensabene, presente ieri all’udienza di convalida in Tribunale. Stefanini, maglietta e pantaloni rossi di una tuta, è apparso provato all’uscita dall’aula, mentre il personale della polizia giudiziaria lo riportava nel carcere di via Saffi. Forse ancora in una sorta di choc, lo stesso che lo aveva attanagliato quando aveva chiamato i carabinieri: «Che cosa ho fatto? Ho ucciso il mio amore, l’ho uccisa io, il coltello è mio. Ora se non mi sparate, alla prima occasione mi ammazzo».

E poi gli episodi di autolesionismo, quei calci sferrati all’auto di servizio che lo stava accompagnando in caserma. Conferma il suo difensore d’ufficio, l’avvocata Rosanna Savelli: «Il mio assistito non si ricorda nulla di quei minuti. Si ricorda soltanto di aver chiamato il 112». Nessun episodio di violenza in precedenza, mai Silvia, 46 anni, di Pelago, barista a Monterotondo, lo aveva denunciato, mai erano stati chiamati i carabinieri. E il coltello? Perché Stefanini portava un coltello con sé? «Era un regalo che gli era stato fatto da amici, tanto tempo fa – dice l’avvocata – Lo portava sempre con sé».

Quando i carabinieri erano riusciti ad arrivare sul posto, dopo essere riusciti a interpretare le confuse indicazioni di Stefanini (che aveva telefonato con il cellulare di lei), il coltello era sul sedile anteriore dell’abitacolo, invaso dal sangue. Sangue anche sulle mani di lui, sui vestiti. Lei non respirava più. Tutto messo sotto sequestro, arma e Doblò, mentre ieri mattina il medico legale Mario Gabbrielli ha preso l’incarico per l’autopsia, con relazione da consegnare entro 90 giorni; il difensore non ha nominato un proprio consulente. Il giudice ha lasciato Stefanini in carcere, come chiesto dal pm: non sa controllarsi, potrebbe essere pericoloso per gli altri, impossibile concedergli i domiciliari, anche quelli con il braccialetto elettronico.

Arresto convalidato per omicidio (senza contestazioni di premeditazione né per futili motivi) e porto pubblico del coltello; tra le accuse anche quella di danneggiamento del vetro dell’auto dei militari. Nel frattempo, i carabinieri del nucleo investigativo procedono negli accertamenti e nella raccolta delle testimonianze. Tutto finirà nel fascicolo che poi, se non ci saranno colpi di scena, approderà di nuovo in Tribunale prima per il rinvio a giudizio e poi, se sarà accolta la richiesta, per il processo in Corte di assise.

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Pubblicato su Il Tirreno