• Home
  •  > Notizie
  •  > Morto nel Tevere, depositato dossier: «Ci sono elementi per riaprire il caso»

Morto nel Tevere, depositato dossier: «Ci sono elementi per riaprire il caso»

I consulenti della famiglia Carnicci hanno trovato  testimonianze utili perché la Procura di Roma vada avanti

Santa Croce. Testimonianze importanze e attendibili, suffragate da nuove intercettazioni ambientali ritenute significative: sono queste alcune delle basi che hanno spinto il nuovo avvocato della famiglia di Federico Carnicci – l’ex operaio ed artista di strada morto nel Tevere, ormai sei anni fa, quando aveva 27 anni – a depositare una memoria scritta al pm Andrea Cusani della procura di Roma, titolare delle indagini. Una memoria e una richiesta: quella di proseguire nell’inchiesta e non andare all’archiviazione. In realtà, infatti, da quanto emerge, l’inchiesta non è mai stata archiviata, ma in tutti questi anni è rimasta nel limbo perché non c’erano elementi ritenuti sufficienti a dare un nuovo impulso. Ma adesso, grazie al lavoro svolto dalla criminologa specializzata in investigazioni, Sara Bardi, e dal suo consulente investigativo Simone Aricò, questi fatti nuovi ci sono. Ne è convinto l’avvocato della famiglia Luigi Fornaciari Chittoni , del foto della Spezia, e per questo ha invisto il dossier alla procura di Roma.

Il nuovo legale era stato contattato alcuni mesi fa dalla famiglia di Federico, che non si è mai arresa, tanto che alcune settimane fa la mamma Lidia Spera e la sorella Vittoria avevano lanciato un nuovo appello attraverso “Chi l’ha visto?”, proprio dai luoghi vicino a Ponte Sisto dove si era consumata la tragedia.

I sopralluoghi dei consulenti dell’avvocato e della famiglia hanno quindi portato a nuove scoperte, compreso il ritrovamento della tenda in cui viveva Federico. All’esame approfondito della tenda sono emerse tracce biologiche, forse sangue, ma il problema – come spiega la dottoresa Bardi – «è che questa prova non è utilizzabile, perché la tenda non è stata posta sotto sequestro ed è rimasta a casa di un amico di Federico, che era andato a prenderla pochi giorni dopo il ritrovamento del cadavere, senza che gli investigatori la esaminassero a fondo. Con i nostri strumenti abbiamo trovato tracce biologiche, per fare comparazioni e approfondimenti servirebbero analisi di laboratori specializzati, ma a questo punto è inutile perché in ogni caso si tratterebbe di prove inutilizzabili. Il ritrovamento però ci convince ancori di più nella necessità di riaprire il caso a 360 gradi».

Nella memoria si chiede fra l’altro che la procura ascolti i nuovi testimoni e le persone informate sui fatti trovati dai consulenti e ricavati dalle intercettazioni ambientali, intercettazioni non utilizzabili nell’eventuale processo ma utili per le indagini.

Federico scomparve il 4 luglio del 2015, alcuni amici si presentarono a fare denuncia il 7 e poi il suo corpo fu ritrovato dopo una decina di giorni, il 17. La famiglia non ha mai creduto alla tesi del suicidio, con la quale gli inquirenti hanno in qualche modo “chiuso” il caso, lasciando come detto il fascicolo aperto ma senza lavorarci. La pista principale che il legale pensa di poter seguire, come scritto altre volte dal Tirreno, è quella di un possibile legame tra la morte di Federico e gli altri tragici fatti per i quali è finito sotto inchiesta o sotto processo Massimo Galioto, il punkabbestia che viveva in una tenda sul Tevere e con il quale alcuni avrebbero visto litigare Federico pochi giorni prima della sua scomparsa. Massimo Galioto è stato condannato all’ergastolo in primo grado per l’omicidio di un senza tetto romeno di 38 anni, Emanuel Petrut Stoica (il suo avvocato Michele Vincelli ha annunciato ricorso), mentre è stato assolto per la morte di uno studente americano, Beau Salomon. —© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

Pubblicato su Il Tirreno