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Il biglietto per Roma, l’alibi e la testimone, ecco perché il marito resta in carcere per il delitto di via Garibaldi

Il giudice dopo quasi tre ore ha convalidato il fermo nei confronti dell’indagato e firmato l’ordinanza di custodia cautelare 

LIVORNO. L’alibi che non c’è, la testimonianza della vicina di Ginetta Giolli – ascoltata dagli investigatori una seconda volta mercoledì – che ha racconta di nuovo la telefonata drammatica con la vittima la notte in cui è stata uccisa e altri episodi che confermerebbero un rapporto burrascoso tra i coniugi. E soprattutto il biglietto di un viaggio, con destinazione Roma, che sarebbe avvenuto venerdì due luglio, giorno successivo alla data del delitto, considerato dagli investigatori la prova della volontà del marito di lasciare il Paese. Nonostante il sabato sia tornato a Livorno.

Sono questi i tre elementi – a cui si aggiunge quello della porta chiusa a chiave dell’abitazione – su cui si basa la decisione del giudice per le indagini preliminari Marco Sacquegna: convalidato il decreto di fermo richiesto lunedì notte dal pubblico ministero Pietro Peruzzi. E contestualmente l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per Youssef El Haitami, 55 anni, origini marocchine, indagato per l’omicidio della moglie, uccisa a martellate nell’appartamento dove viveva, in via Garibaldi, e trovata due giorni più tardi nel letto.

Un quadro indiziario – in attesa dei risultati dell’autopsia e delle analisi genetiche sull’arma del delitto – che fa emergere tre motivi che giustificano giuridicamente la decisione: il pericolo di fuga, l’inquinamento delle prove e la possibile reiterazione del reato.

Una decisione alla quale l’avvocata del cinquantacinquenne si è opposta. «A mio avviso – dice al termine dell’udienza – non sussistevano al momento gravi indizi di colpevolezza idonei a giustificare la misura del carcere. Soprattutto perché non c’era il pericolo di fuga da parte del mio assistito. Nei prossimi giorni – aggiunge – valuteremo il ricorso al tribunale del riesame».

Youssef El Haitami, ieri mattina non era nell’aula al primo piano del tribunale di Livorno. Ha potuto comunque partecipare all’udienza collegato dal carcere dove sta concludendo l’isolamento previsto per norme anti-Covid. Poi, quando il giudice gli ha chiesto se volesse parlare, per dare una sua versione, ha preferito non farlo, avvalendosi della facoltà di non rispondere.

Proprio la sua deposizione tra il pomeriggio di domenica e l’alba di lunedì, quando è stato portato in carcere, è stata dichiarata «inutilizzabile» dal giudice come aveva ipotizzato l’avvocata al Tirreno dopo il fermo. «Aspetto di vedere gli atti, spero che i diritti del mio assistito siano stati rispettati e auspico che il processo venga fatto nelle sedi opportune».

Intanto gli agenti della squadra mobile continuano gli accertamenti. Diverse le persone, oltre alla testimone chiave, che sono state ascoltate a sommarie informazioni. Ma soprattutto gli investigatori si stanno muovendo a caccia di ulteriori indizi che possano completare il quadro. A cominciare da una perquisizione effettuata nei giorni scorsi in un’abitazione. Che da quello che emerge non sarebbe quella dove viveva l’indagato, in via Della Livornina, ma un’altra. Forse la casa dove il marito della vittima ha trovato un rifugio nei giorni successivi al delitto. —

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Pubblicato su Il Tirreno