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Uccisa a martellate, il marito di Ginetta respinge le accuse: «Non sono stato io ad ammazzarla»

Livorno, superato il problema di quarantena ha incontrato l’avvocata: «Poteva configurarsi una violazione del diritto di difesa»

LIVORNO. «Non ho ucciso nessuno, sono innocente». Alla sua avvocata lo ha ripetuto più volte ieri Youssef El Haitami, il macellaio marocchino di 55 anni fermato dalla polizia e ora in carcere alle Sughere con l’accusa di aver ucciso a martellate la moglie sessantaduenne Ginetta Giolli, trovata morta con il cranio sfondato nella sua casa popolare della Guglia, in via Garibaldi 425, nel primo pomeriggio di sabato scorso, anche se il decesso risalirebbe al giovedì precedente.

L’uomo – sottoposto lunedì scorso al fermo di indiziato di delitto dopo che domenica mattina aveva incontrato una giornalista del Tirreno e nel primo pomeriggio si era presentato spontaneamente in questura – ieri ha potuto finalmente parlare in presenza con la sua legale, Enrica Accardo, che in prima battuta a causa della quarantena da fare in una cella del penitenziario a causa dell’emergenza coronavirus aveva potuto dialogarci solamente attraverso una videochiamata via Whatsapp, grazie a un cellulare in dotazione alla polizia penitenziaria. «Fortunatamente – ha confermato ieri pomeriggio la legale, uscendo dalle Sughere – grazie all’autorizzazione concessa dall’Asl, su interessamento del sostituto procuratore Pietro Peruzzi, che voglio ringraziare, sono riuscita a incontrare dal vivo il mio assistito. Preferisco non riferire niente sul contenuto della conversazione, solo confermare che lui si ritiene innocente. Avrei ritenuto una grave violazione del diritto alla difesa il prosieguo dei colloqui solo via Whatsapp, ma per fortuna questo impedimento è stato superato e l’ho potuto incontrare per la prima volta dal vivo».

Stamani, in tribunale, si terrà l’udienza di convalida del fermo operato dalla Squadra mobile della questura, sotto il coordinamento della procura. El Haitami – in assenza della legale – è stato sentito per dodici ore dagli inquirenti e, come ripetuto anche ieri, ha sostenuto la sua completa estraneità alla morte di Ginetta Giolli, la donna trovata uccisa in casa e con la quale era sposato dal 5 aprile del 2018.

I due, nonostante il matrimonio, non vivevano sotto lo stesso tetto: la sessantaduenne abitava, ormai dal 2009, nella casa popolare di via Garibaldi 425, mentre El Haitami alla Cigna, in via della Livornina. L’uomo, al Tirreno, domenica scorsa davanti alla sua ex macelleria (venduta poco più di 20 giorni fa) aveva sostenuto di essere appena tornato da un viaggio a Roma. Secondo la procura, invece, stava «preparando la fuga all’estero», per questo è stato fermato.

Nel frattempo proseguono gli accertamenti degli inquirenti per analizzare le impronte ritrovate nell’abitazione. La polizia scientifica ha acquisito tutto, anche la presunta arma del delitto: si tratta di un martello, con tracce di sangue della vittima, nascosto dietro a un armadio. È con quello che Ginetta Giolli sarebbe stata colpita più volte alla testa e uccisa sul suo letto, forse mentre stava dormendo.

Un altro aspetto che ha convinto gli inquirenti ad accusare El Haitami è il fatto che la porta dell’abitazione è stata trovata chiusa a mandate: è grazie ai vigili del fuoco che gli agenti delle volanti, per primi, sono riusciti a entrare dentro con il medico della Svs di via San Giovanni, che non ha potuto far altro che constatare il decesso. Poi c’è la testimonianza di Chiara Casciana, l’amica della vittima che per prima ha dato l’allarme e che prima di raccontarlo agli inquirenti lo ha rivelato al Tirreno: «Giovedì scorso l’ho sentita spaventata, impaurita. Mi ha detto che sarebbe andata a dormire. Suo marito, che in quel momento si trovava in casa con lei, da quanto mi aveva raccontato aveva bevuto birra ed era rimasto a dormire sul divano. Qualche giorno prima avevano litigato, lei si era lamentata perché lui non l’aveva aiutata a portare degli oggetti per le scale». —

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Pubblicato su Il Tirreno