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Raffaella, l’eterna ragazza di tutti che ha colorato la nostra televisione

Benigni l’ha presa in braccio, Sordi le sfiorava l’ombelico e lei è stata da subito un fenomeno di costume

Che fare l’amore da Trieste in giù fosse bello, magari ce ne eravamo accorti da soli, ma lei ce lo ha spiegato, rendendolo tormentone lieve, per qualcuno magari banale. Ma se lo canticchiamo ancora dopo 43 anni, era il 1978, è perché il facile refrain si è impossessato delle nostre giornate, colonna sonora delle cantate sotto la doccia. Che l’ombelico fosse uno degli angoli più sexy del corpo femminile magari lo sapevamo anche nel 1971, quando nei sabato sera castigatissimi della bigottissima Rai irruppe come un ciclone quella ragazza biondissima, gamba lunga, sorriso largo e faccia tosta, che con il Tuca Tuca toccava il compagno di ballo che toccava lei, quando toccarsi in tv era quasi proibito e valeva come un gol al 90’, sensazione unica. Obbligò ad esibirsi anche Alberto Sordi, che con le donne non era proprio il top della scioltezza. Di Raffaella Carrà, classe 1943, nata Pelloni proprio come il Passatore, mitologica figura della sua Romagna, abbiamo scelto solo due flash, due frammenti di una carriera così lunga, variegata e multiforme da non essere catalogabile in una definizione.

Raffaella, così l’abbiamo sempre chiamata, senza il cognome, ha attraversato orizzontalmente il nostro costume, la nostra storia, il nostro modo di essere e di vivere. È stata, per chi non ha più 20 anni, come la Vespa, la televisione a colori, la lavatrice: un bellissimo shock, una pagina da voltare.

La regina della tv, per tanti uno dei primi sogni erotici (il caschetto biondo, risposta italiana a Sylvie Vartan e appunto l’ombelico scoperto di cui sopra), un modo libero di gestirsi da vita, tra flirt eccellenti più o meno negati (Frank Sinatra rimase fulminato dalla romagnola sul set del Colonnello von Ryan del 1965, quando Old Blue Eyes, che si sapeva fare, la volle nel cast e le regalò una collana che Raffa, recita la mitologia, non accettò) e soprattutto una poliedricità mai vista fino ad allora,

Vero, c’erano state le gemelle Kessler, ad esempio, ma le tedescone ballavano, su quelle gambe chilometriche, e canticchiavano, ma Raffa era di un altro pianeta: da ragazzina aveva iniziato con gli sceneggiati Rai, grandissima palestra per i migliori attori, poi l’incontro con Gianni Boncompagni, mai rinnegato amore della vita, le aveva schiuso le porte dello show, della prima serata che negli anni Sessanta Settanta era il Maracanà dello spettacolo, chi domava quella belva diventava simbolo e icona. E così Canzonissima diventò la sua casa, ma con uno sguardo sempre più attento alla produzione discografica, ritmi sambeggianti e latino americani, testi facili, facilissimi ma chi se ne importa, se dopo 40 anni canticchiamo i suoi hit ci sarà un perché.

Raffaella, senza il cognome, nei paesi latino- americani e in Spagna è sempre una leggenda, ha venduto camionate di dischi, mentre in Italia, da donna manager di se stessa, attenta e lungimirante, fu una delle prime a capire che il vento stava cambiando, l’avvento delle tv private la vide cavalcare l’onda al punto tale da imporre il proprio volto, il proprio marchio, il proprio show a una vecchia lenza come Silvio Berlusconi, per poi tornare alla Rai e imporre un altro brand che resterà addirittura nel nostro linguaggio, quello di Carramba che sorpresa: lo abbiamo detto tutti, almeno una volta, incontrando qualcuno che non si vedeva da anni. Imprenditrice, amica della porta accanto, ballerina, attrice, cantante, qualcosa che nella nostra vita c’è sempre stata, come piazza della Signoria o i Fori Imperiali. Raffaella Carrà, con buona pace di chi l’ha considerata un sottoprodotto da italiano medio, è stata un pezzo della storia d’Italia, di tutti noi.

Altri, la storia, l’hanno fatta con altra profondità, la ragazza di Bellaria, invece, con il caschetto che ha retto, biondissimo, fino all’ultimo giorno, la risata argentina gettando la testa indietro, il samba facile facile, ha scritto la storia facendoci sorridere, ballare, confidare come con una cugina più grande che ha vissuto e la sa lunga. Benigni l’ha presa in braccio, Sordi le sfiorava l’ombelico, lo star system l’ha sempre considerata un punto di riferimento. Ha scritto un pezzetto della storia d’Italia, anche col Tuca Tuca. E spiegandoci, anche se lo sapevamo già, com’è bello far l’amore. —

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Pubblicato su Il Tirreno