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Padre e figlio in overdose, si stringe il cerchio sullo spacciatore

Mix letale venduto a padre e figlio: svolta in arrivo sulle indagini. La madre di Samuele: non ha preso la droga volontariamente

Gli inquirenti non si lasciano sfuggire nulla. Ma l’impressione è che sia in arrivo la svolta sulle indagini per la tragedia di Lido di Camaiore. Dove un ragazzo di 25 anni, Samuele Ventrella, ha perso la vita dopo aver assunto stupefacenti assieme al padre Gerardo Ventrella, 54. Che ora lotta tra la vita e la morte all’ospedale pisano di Cisanello.

I carabinieri guidati dal capitano Edoardo Cetola, su mandato del pubblico ministero Antonio Mariotti, stanno dando la caccia allo spacciatore che ha venduto il mix di cocaina e cannabis sintetica a padre e figlio. Probabilmente la cessione di stupefacenti è avvenuta in Versilia, ma non è chiaro se ci sia stata dopo l’arrivo di Samuele da Torino, cioè venerdì sera: sabato, intorno alle 23,30, il malore che lo ha ucciso in strada a Lido. Al momento non risulta alcun indagato e, da fonti inquirenti, si assicura che si sta ancora lavorando per capire quale sia la pista giusta.

Nel frattempo è stata eseguita all’obitorio dell’ospedale di Lucca l’autopsia sul corpo di Samuele: i risultati al momento non sono noti. L’esame sarà decisivo per lo sviluppo delle indagini: si dovrà capire che tipo di droga è stata assunta, in che quantità (pare elevata) e se fosse stata “tagliata” con sostanze chimiche particolarmente velenose. Al punto da risultare letali.

Sulla tragedia vuole vedere chiaro Sonia Bottazzi, madre di Samuele, arrivata ieri in Toscana. È passata da Lido di Camaiore, per recuperare gli effetti personali lasciati dal ragazzo nella casa dove vive il padre, e poi è andata a Lucca dove ieri è stata eseguita l’autopsia. Sonia non è convinta del fatto che Samuele abbia assunto la droga volontariamente.

«Mio figlio – dice la donna – ha avuto una vita difficile e sembra che le cose non siano cambiate, nonostante non ci sia più. Sta facendo la figura del tossicodipendente, ma non lo è mai stato. Nove mesi fa era stato assunto in fabbrica a Rivarolo (provincia di Torino, dove viveva il giovane, ndr) ed era sottoposto a controlli continui: se avesse avuto questo tipo di abitudini sarebbe emerso. La morte di mio figlio – dice Sonia con fermezza – è stata provocata: lui non ha preso la droga volontariamente». La tesi dei familiari è che sia stato messo qualcosa nel bicchiere di Samuele da una terza persona. Forse una pasticca. Perché? Secondo la famiglia Gerardo era ancora coinvolto in giri poco raccomandabili e potrebbe aver avuto dei problemi, diciamo così, che hanno portato qualcuno a vendicarsi. Ma Sonia di questo non vuole parlare: «Ci sono delle indagini in corso, rispettiamo il lavoro degli inquirenti – dice – Io posso raccontare chi era il mio Samuele: un ragazzo buono e fragile, che tutte le madri vorrebbero avere e che quando era bambino ha visto cose che un bambino non dovrebbe vedere. Con suo padre ci siamo lasciati quando lui aveva sei anni e poco più, è stato difficile ma temevo che il mio ex marito potesse farmi del male. In Gerardo vedevo due lati: quello buono e quello cattivo. Il libro che ha scritto? Mi fa schifo, in realtà non ha mai cambiato vita. Ha sempre avuto a che fare con quel mondo. Però Samuele era rimasto legato a lui e i ruoli si erano invertiti: lui faceva da padre, l’altro da figlio. Quando ha deciso di andarlo a trovare, per fare un po’ di vacanza, glielo abbiamo sconsigliato tutti. Non siamo riusciti a convincerlo». —

 

Pubblicato su Il Tirreno