• Home
  •  > Notizie
  •  > Caso Scieri, Panella e gli scarponi sequestrati. Le intercettazioni: «Erano nuovi, i vecchi li avevo buttati»

Caso Scieri, Panella e gli scarponi sequestrati. Le intercettazioni: «Erano nuovi, i vecchi li avevo buttati»

Per l’accusa, dei tre indagati l’ex caporale è quello salito all’interno della scala e che con gli anfibi avrebbe schiacciato le nocche delle mani di Lele fino a fargli perdere l’equilibrio provocandone la caduta mortale. Ecco le intercettazioni

PISA. Dei tre accusati di aver provocato la morte di Emanuele Scieri è considerato il più violento. Quello che per un niente obbligava le reclute a buttarsi a terra e fare flessioni fino allo sfinimento. Non solo. Mentre quelli pompavano lui le prendeva a pugni sulla schiena e sui fianchi. Che dovevano essere scoperti con la maglietta tirata su fino al petto.

Come la t-shirt che indossava il 26enne siracusano al momento del rinvenimento del corpo senza vita alle due del pomeriggio del 16 agosto 1999.

Alessandro Panella, 41 anni, di Cerveteri, doppia cittadinanza italiana e americana, nell’agosto 2018 fu arrestato. Pericolo di fuga, spiegò il procuratore capo Alessandro Crini, titolare dell’inchiesta con il sostituto Sisto Restuccia. L’ex caporale della Folgore stava per tornare nel suo Paese, a San Diego in California, da Roma via Chicago.

Le intercettazioni della polizia catturarono la sua intenzione di lasciare l’Italia: «Torno in America e rinuncio alla cittadinanza italiana». Ora è libero, ma non può lasciare Cerveteri. La sua difesa fin dall’inizio non si presta a sfumature. «Non ero in caserma la sera del 13 agosto 1999. Ero in licenza e la mattina ho preso il treno e sono tornato a casa» è stata la versione affidata ai suoi legali, gli avvocati Tiziana Mannocci e Marco Meoli. Tutti e tre gli indagati (Panella, Zabara e Antico) erano formalmente in licenza. Ma la prassi di restare in caserma in attesa di partire era frequente. Assenti dal punto di vista amministrativo, presenti in carne e ossa.

Nella ricostruzione della Procura Panella è quello che, dopo aver picchiato Scieri con Zabara e Antico nell’area dismessa della torre di asciugatura dei paracadute, sale all’interno della scala. Poi con gli scarponi preme sulle nocche delle mani dell’allievo, arrampicato per sfuggire alle vessazioni dei “nonni”, fino a fargli perdere la presa provocandone la caduta da un’altezza di sei-sette metri. L’impatto di collo e testa con il suolo è devastante e Scieri muore sul colpo. Agli atti non c’è solo la volontà di tornare negli Usa e rinunciare alla cittadinanza italiana per rendere più difficile l’estradizione, secondo la tesi dell’accusa. Le intercettazioni in auto delle conversazioni con i familiari per la Procura sono più che sufficienti a giustificare un processo. Scrivono gli investigatori cogliendo in macchina lo sfogo di Panella con il fratello Tiziano.

Tiziano: «Noo perché in Italia sai come funziona? Una volta che hai scontato la pena, c’è tutto il percorso di reinserimento nella società».

Ancora l’informativa della polizia: «Il Panella ritenendo chiaramente che il fratello stesse facendo riferimento al periodo di detenzione, testualmente ribatteva: “Eh ma su sta cosa mi sa che io ce moro in galera se davvero riescono ad incastramme”. In tale inequivocabile passaggio si rilevavano, non solo i timori che il Panella nutriva sulla riapertura delle indagini e sulle nuove attività investigative, ma soprattutto confermavano le sue preoccupazioni di poter essere incastrato o meglio, ricondotto alle proprie responsabilità».

La parte degli anfibi è un altro passaggio cruciale. Nell’impostazione della Procura Panella li avrebbe usati per schiacciare le dita di Scieri appeso alla scala. È intercettato in auto con ilfratello Tiziano. Commentano il sequestro degli anfibi nella casa di Cerveteri.

Alessandro: «Sì va beh ma questo quà non lo possono dire manco oggi, gli stivali l’hanno presi mo! Se lo dicono lo dicono tra un pò di tempo».

Tiziano: «No perché magari provano a mettè paura, diranno "guardi signor Panella, noi c'abbiamo i suoi anfibi se, eventualmente dovessimo fà invece delle cose e riscontrare e.." dici guarda, anche in quel caso fareste un buco nell’acqua perché quelli l’ho presi poco, pochi giorni prima di congedarmi ehhh (sorride)... quello quando è successo del morto?»

Alessandro: «Agosto 1999. Mi sono congedato nel maggio 2000».

Sull’addio all’Italia, Panella è esplicito.

Alessandro: «Vabbè vado alaaaa, al coso, al consolato e ce rinuncio. Se riesco a uscì, non me rivedono più! C’ho il lavoro mi porto pure Pappagallo (il gatto, ndr) così, ve dovete venì solo voi, tocca vedè solo voi così».

Tiziano: «Mooo, a parte c’è solo una cosa che mi preoccupa a me, però...»

Alessandro: «Qual è? Dilla dilla!»

Tiziano: «Anfibi, anfibi!»

Luciano (il padre di Panella, ndr): «E perché non li posso tenere?»

Alessandro: «Vabbè gli anfibi del militare che provano? Non l’ho manco mai messi, sò nuovi».

Tiziano: «Cercano tracce biologiche di sto deficiente!»

Alessandro: «Maa sò nuovi, non l’ho mai messi!»

Tiziano: «Mettono tracce biologiche...»

Alessandro: «Ce li mettono loro? E ma quelli li possono mettere da per tutto, pure sul basco».

Tiziano: «Se te vonno inculà quello è l’unico modo eh! Altri modi non ce l’hanno».

Gli investigatori della squadra mobile di Firenze annotano che «nella conversazione successiva i tre continuavano i loro discorsi sugli anfibi e alle eventuali falsificazioni o alterazioni che potrebbero essere messe in atto e, «Alessandro chiede quindi perché il basco non se lo son tenuto? E Tiziano, con tono deciso, ribatte prontamente: “Perché siccome lì c’è scritto che è stato preso a calci... mica l’hai preso a bascate!”. Immediatamente Alessandro, gli ribadisce ancora, come per tranquillizzarlo, sì ma gli anfibi son nuovi... gli anfibi son nuovi...”. E Tiziano chiede: “Son novi, son novi che vuol dire che non li hai mai messi?” Quindi, una volta ricevuta risposta affermativa domandava che fine avessero fatto quelli vecchi ed Alessandro gli riferiva per ben due volte di averli buttati e poi aggiungeva… “è che l’abbiamo buttati l’altra volta, l’ho buttati sai quando?... una settimana fa!” Di rimando il fratello sentendosi oramai sollevato esclamava “Porco giuda che culo!».

 

Pubblicato su Il Tirreno