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Embolia fatale, chiesto il giudizio per il medico

Pistoia, dovrà comparire davanti al gup il radiologo dell’ospedale che secondo il pm sbagliò la diagnosi sulla 28enne Cristiana Capecchi

PISTOIA. Era stato quell’errore a fare la differenza, fra la vita e la morte. Il non aver diagnosticato l’e embolia polmonare in atto, il non vederla nelle immagini di quell’angiotac che, sebbene non eseguita tecnicamente nel più corretto dei modi, non presentava particolari difficoltà di lettura. Almeno secondo la procura della Repubblica che ritiene ci sia un solo responsabile per la tragica fine di Cristiana Capecchi, la giovane morta nella serata del 24 febbraio dello scorso anno, stroncata dalla crisi respiratoria che l’aveva colpita dopo che, nell’arco dei dieci giorni precedenti, era stata per tre volte visitata al pronto soccorso di Pistoia e sempre rimandata a casa con una diagnosi di pleuropolmonite.

È con l’accusa di omicidio colposo che il pm titolare dell’inchiesta, Giuseppe Grieco, ha chiesto il rinvio a giudizio del medico radiologo che il 14 febbraio 2019 eseguì quell’angiotac, Gian Piero Giannetti, 56 anni, romano ma domiciliato a Pistoia. L’udienza preliminare è stata fissata il 15 dicembre prossimo, davanti al gup Luca Gaspari. L’imputato sarà difeso dall’avvocato Elena Mucci, mentre non si costituiranno parti civili i genitori, la sorella e il nonno di Cristiana: grazie al lavoro svolto dai loro avvocati, Pamela Bonaiuti e Sara Mazzoncini, hanno già ottenuto dall’Asl un risarcimento di poco meno di un milione di euro.

Nella perizia effettuata su richiesta del pm Giuseppe Grieco, il consulente tecnico della procura Susanna Gamba non lascia spazio a dubbi: la morte della 28enne impiegata pistoiese sarebbe diretta conseguenza dell’errata diagnosi da parte del medico radiologo che il 14 febbraio, su richiesta della collega di turno al pronto soccorso, che ipotizzava, appunto, la presenza di un’embolia polmonare, aveva eseguito un’angiotac con mezzo di contrasto. Nessuna colpa professionale sarebbe invece da addebitare agli altri tre medici inizialmente indagati, quelli di turno quando Cristiana si era presentata al pronto soccorso: la loro posizione è già stasta archiviata dal gip su richiesta dello stesso pm.

Secondo la ct del pubblico ministero, la responsabilità sarebbe unicamente del radiologo. Non solo per aver escluso erroneamente la presenza di segni di embolia polmonare (risultati poi visibili in sede di perizia, durante l’esame delle immagini computerizzate), ma anche per aver eseguito in modo non corretto l’esame: iniettando una quantità eccessiva di liquido di contrasto e decidendo, di fronte ad un risultato non ottimale, di non ripeterlo. Fatto sta che era stato in seguito alla sua diagnosi errata che sia la collega di turno quella sera che il collega che lo era il 18 febbraio successivo (quando Cristiana si era ripresentata al pronto soccorso con febbre e sintomi ancor più accentuati) avevano stilato una diagnosi di pleuropolmonite, prescrivendo, come da protocollo, una terapia a base di antibiotici e cortisone. “La diagnosi di embolia polmonare era possibile il 14 febbraio 2019 e, se posta correttamente in tale data, avrebbe determinato l’opportuna e tempestiva scelta terapeutica indicata... consentendo la sopravvivenza della paziente con elevato grado di probabilità scientifica” conclude perciò la consulente. —

MASSIMO DONATI

 

Pubblicato su Il Tirreno