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Filippo e Andrea morti a 13 ore di distanza, così il destino si è accanito sui padri colleghi e amici

Livorno, Roberto e Giovanni da anni lavorano insieme nello studio di architettura che porta il loro nome in corso Mazzini  

LIVORNO. L’architettura imprevedibile del dolore stavolta ha costruito un’opera maledetta che ad ascoltarla ferma il respiro tanto fa paura. Capace, come la trama di un brutto libro che siamo obbligati a leggere fino in fondo, di giocare insieme con il tempo, il destino di due ragazzi speciali e il cuore di chi gli voleva un mondo di bene.

Filippo Mazzanti e Andrea Matteucci erano due persone lontane per età: 39 anni il primo, 17 il secondo. Se ne sono andati a distanza di appena tredici ore l’uno dall’altro. Pippo intorno a mezzogiorno di sabato nella sua casa in Coteto per un malore. Andre alle una di domenica notte mentre in sella al suo scooter percorreva via dei Pensieri per tornare a casa. Nonostante queste distanze anagrafiche avevano passioni comuni: il mare, lo sport. Filippo ex giocatore di basket nelle giovanili dell’Us Livorno, Andrea prima nuotatore di ottimo livello e ora promessa dello sprint con la maglia della Libertas runner.

Ma soprattutto i loro padri – Roberto e Giovanni – sono amici e colleghi da un vita, soci di uno stimato studio di architettura, prima in corso Mazzini e ora in via Cairoli, pieno centro: uniti dal lavoro e dalle famiglie, e oggi costretti ad attraversare nelle stesse ore una strada sconosciuta che porta nella parte più buia dell’animo umano.

Chissà quante volte negli anni, tra un progetto e l’altro, ognuno davanti al proprio computer o intorno al tavolo delle riunioni, hanno parlato dei loro figli, delle difficoltà che si presentano ad ogni stagione della crescita. Filippo – diplomato ai geometri – per un periodo aveva lavorato anche con loro quando l’ufficio era in corso Mazzini.

Insieme Roberto e Giovanni si saranno confrontati – come facciamo tutti, ogni giorno per provare ad essere genitori migliori – su cosa fosse più opportuno fare e dire per il bene di un figlio. E poi si saranno trovati a sorridere dei successi dei loro ragazzi, delle risalite dopo le cadute delle esistenze. Ma mai e poi mai avrebbero pensato di doversi guardare negli occhi sapendo di portare dentro quello stesso vuoto: il dolore. «È una storia tremenda – racconta un amico di entrambi scuotendo la testa al pensiero di cosa è accaduto – . Sia Roberto che Giovanni hanno sempre dato e fatto tutto per i loro ragazzi. È vero che il destino è imprevedibile ma stavolta ha davvero esagerato».

Ieri la salma di Filippo è stata cremata e suo papà, dopo averlo salutato per l’ultima volta, ha messo su Facebook la foto del figlio. Probabilmente a scattarla è stata proprio Roberto: la tavola è apparecchiata. Il volto sorridente del trentanovenne, che due anni fa si era sposato, spunta tra i bicchieri. Alle spalle si vede l’insegna del locale: è il ristorante Luciano, a Passignano, lungo le sponde del lago Trasimeno. In fondo, oltre gli alberi, si scorge un pontile, poi l’acqua. «Ciao Fili», ha scritto il padre che come tutta la famiglia, la mamma Giuliana e la sorella Margherita, in questi giorni di lacrime hanno preferito un dolore privato.

Una scelta che Giovanni e la moglie Simona non hanno potuto fare: troppo grande l’onda di solidarietà pubblica da parte degli amici di Andrea dopo la tragedia per cercare di fermarla e non farsi travolgere. Ecco perché è proprio Giovanni a parlare: «Sono sconvolto – dice – siamo tutti sconvolti. Gli amici di mio figlio sono stati eccezionali, non finirò mai di ringraziarli per come ci stanno supportando in questo drammatico momento. Anche lui da lassù sono certo che sarà orgoglioso di loro». E magari lo racconterà a Pippo appena si incontreranno. E insieme tra un tiro nel canestro del cielo, una corsa tra le nuvole e un tuffo nelle acque dell’infinito guarderanno giù e magari cercheranno con una carezza ai loro padri e a tutti quelli che oggi piangono di smontare questo tremendo disegno, architettato dal dolore.

 

Pubblicato su Il Tirreno