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Addio al professor Franco Mosca, il fuoriclasse del bisturi

È morto a 78 anni il luminare della chirurgia con la missione di aiutare il prossimo e formare medici in tutto il mondo

PISA. Un fuoriclasse del bisturi. Ma non era solo la tecnica ad alimentare l’allure da luminare della chirurgia. Il professor Franco Mosca, nella devozione calvinista applicata in sala operatoria nel salvare vite, aveva aggiunto una missione personale, quella di aiutare il prossimo e formare medici in tutto il mondo.

Aveva fondato una fondazione, Arpa Onlus, per raggiungere il suo scopo coltivato con un protagonismo contagioso. Malato da tempo, riservato nel parlare dei propri guai di salute dopo aver lasciato al mondo migliaia di pazienti dalla sorte segnata, il professore ieri pomeriggio è venuto a mancare. È successo nella sua casa di Campo nel comune di San Giuliano Terme. Aveva 78 anni e da mesi la malattia lo aveva tenuto al riparo da uscite e incontri. La pandemia aveva esercitato un ulteriore freno alla voglia di socializzare.

Originario di Biella, il professor Mosca aveva raggiunto le vette della professione a Pisa diventando professore emerito dopo l’addio alla cattedra. Definirlo mago dei trapianti può sembrare irriverente, quasi blasfemo. E con la sua severità accademica non lo avrebbe accettato. Ma quello era nel racconto di chi gli deve la vita.

È stato il primo operatore in 30mila interventi, si perde il conto di quelli seguiti con l’occhio attento sugli allievi. Dall’oncologia alla vascolare, dai trapianti d’organo alla chirurgia toracica e del collo,chirurgia mammaria. A Pisa aveva sviluppato la trapiantologia renale dal 1987 e, dal 1996 in poi, i trapianti di fegato e di pancreas. Suo degno erede è da tempo il professor Ugo Boggi.

«Mi opera Mosca» era una frase che aveva un duplice valenza. Da un lato era evidente la gravità della patologia, ma dall’altro la consapevolezza che ci si affidava a uno dei migliori chirurghi nel mondo, un caposcuola di talento cristallino.

A chi gli aveva chiesto quali sono le doti di cui un chirurgo non può fare a meno aveva risposto: «È indispensabile la vocazione all’impegno, alla totale concentrazione: se un paziente muore per una banale appendicite, vuol dire che non c’era nulla di banale. Per avere un buon chirurgo servono 12 anni e alla fine deve essere delicato e responsabile, sapere quando e come operare, deve seguire il paziente e trattare le complicanze».

La solidarietà e la continua ricerca nel campo delle tecnologie erano le sue stelle comete. E il pensiero per i bambini era un compagno di viaggio inseparabile. Anima del Festival della Robotica, negli anni le sue energie erano rivolte alla formazione dei medici nel Terzo Mondo e non solo. Non una solidarietà pelosa che con una donazione ritiene di pacificare le coscienze. Il professor Mosca con la Fondazione Arpa lavorava per far crescere gli uomini dando loro dignità e conoscenza. Le basi per un riscatto economico e anche sociale.

Il chirurgo non era un figlio d’arte che aveva ereditato il camice bianco da un barone della sanità. «Per mandarmi a scuola, i miei genitori non hanno mai fatta una villeggiatura - disse in una conversazione con il Tirreno -. Mi dicevano: se non studi dovrai sempre dire di sì. La prima volta che feci la carta d’identità, l’impiegato dell’anagrafe mi chiese la professione. Esitai a dirgli che studiavo. Mi guardò con aria severa e calcando il tono di voce mi disse: "Studente". Aveva ragione, lo studio è lavoro. E invece vedo che arrivano a lezione e si siedono per terra, la bottiglietta dell’acqua minerale...».

Non stava bene da tempo, ma non voleva darlo a vedere. Il pudore per la malattia era un retaggio dell’educazione familiare. L’opposto di quando lottava per restituire la vita a chi gli affidava la propria esistenza. Quando ieri è scoccata la sua ora aveva accanto a sé tutta la famiglia. Una scena da patriarca, da leader che con il suo esempio scolpisce nel cuore di chi resta i princìpi di chi, nell’agiatezza raggiunta e meritata, ha sempre e comunque a cuore i destini del prossimo. Il professor Mosca ha chiuso gli occhi per sempre avendo al suo fianco la moglie Giuseppina, le figlie Marta, Elena e Irene, i generi Giuseppe e Federico e gli amatissimi nipotini Pietro, Margherita e Anna. Stamani nella chiesa di Campo verrà allestita la camera ardente con le precauzioni imposte dalla pandemia. Il funerale si terrà in forma privata.

Pubblicato su Il Tirreno