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Muore dopo due mesi di calvario: è la ventesima vittima del Covid

Per una vita dipendente della Motorizzazione, Roberto era in terapia intensiva. Ricoverato per problemi renali, il primo tampone era negativo. Da lì in poi un tormento infinito  

È morto martedì pomeriggio all’ospedale Misericordia di Grosseto Roberto Brandolini, pensionato di 73 anni residente a Grosseto, ex dipendente della Motorizzazione. Per due mesi ha lottato contro il coronavirus, che l’ha aggredito a metà marzo in un quadro clinico già compromesso da altre gravi patologie.

Ieri – mentre non si registravano nuovi contagi - è purtroppo arrivata la notizia della sua morte risalente al giorno prima. È lui la 20ª vittima del Covid in Maremma.

Il pensionato era ricoverato in Terapia intensiva. Era nato a Lucca nel 1946 e avrebbe compiuto 74 anni il 10 giugno. A Grosseto abitava in via Sansovino, vicino a via Cimabue e a Villa Pizzetti, in una palazzina con due appartamenti insieme alla moglie Doretta Zaccheo (di un anno e mezzo più giovane) e al figlio Raffaello di 46 anni, dipendente di un’azienda maremmana, la Sapori di toscana. Il funerale si è tenuto ieri, la salma è stata portata al cimitero di Sterpeto.

Brandolini, nato a Lucca, ha abitato a Milano e lavorato tutta la vita alla Motorizzazione. Nella città lombarda ha conosciuto la futura moglie castiglionese, e dal 1979 al 2003 si è trasferito con lei e il bimbo piccolo a Castiglione, per poi trasferirsi a Grosseto dal 2003 in poi. Anche nel capoluogo Roberto lavorava alla Motorizzazione.

La malattia è stata un calvario anche se il ricovero, all’inizio, è stato dovuto a problemi renali senza segni del Covid. «Babbo non aveva sintomi del virus - racconta il figlio Raffaello - Il calvario è iniziato il 16 marzo quando lui era tutto gonfio e pieno di liquidi per i suoi problemi renali gravi, che già aveva da tempo. L’ho portato in macchina all’ospedale: il 16 marzo è entrato al Pronto soccorso e il tampone era negativo. È emersa una polmonite con interessamento cardiaco. Il 17 è stato ricoverato in Nefrologia. Dopo 8 giorni abbiamo deciso di portarlo la mattina del 25 marzo a Siena, città in cui era in stato in cura per 3 anni ed era stato fatto rinascere da medici bravissimi che avevano trovato le terapie per lui. Proprio in vista del ricovero a Siena, il 24 mio padre è stato di nuovo sottoposto a tampone, chiesto dal primario di Nefrologia di Grosseto per agevolarci l’accesso alle Scotte. Il risultato è arrivato la notte alle 2 ed era purtroppo positivo. Così è scattato il ricovero in Covid, reparto di Malattie infettive. Dal 27 marzo il mio babbo è peggiorato ulteriormente ed è stato portato in Terapia intensiva, intubato e dializzato completamente. Da lì in poi la situazione è via via peggiorata ed è precipitata del tutto ieri pomeriggio (martedì pomeriggio, ndr) quando in due ore purtroppo se ne è andato».

La cosa più brutta – dice Raffello – «è non poter vedere i nostri cari, in questi frangenti. Perché non sono malati normali, non puoi tendere loro la mano. Per chi ci passa è una situazione veramente triste e tragica, credetemi. Lui non era cosciente, aveva una sedazione leggera, prendeva molti farmaci, aveva un’infezione nel sangue, il fisico debilitato, era iperteso, soprattutto aveva i noti problemi ai reni, insomma patologie importanti che non l’hanno certo aiutato. Né il virus l’ha mai lasciato: babbo è sempre stato positivo al tampone. Ma sapete cosa ci dava la forza per andare avanti?». tiene a dire il figlio. «È stato il personale che lavora in Terapia intensiva Covid: in quel periodo c’era gente che si lamentava di non poter uscire di casa... e poi ci sono queste persone che lavorano con tutte le loro forze lì dentro per curare i nostri malati, mettendo a rischio loro stesse e i propri familiari. Sono famiglie con figli, con genitori anziani, che rischiano la loro vita eppure trovano sempre un momento per chiamarti. Ci chiamavano tutti i giorni per rassicurarci, spiegarci le cose, darci informazioni e ripetercele quando non avevamo capito. “Se non hai capito te lo spiego di nuovo”, dicevano con pazienza e un’umanità senza uguali. Queste cose la gente deve saperle, perché costoro fanno un lavoro che non ha prezzo. Tenevano la mano a mio padre, gli hanno mandato i miei auguri per Pasqua anche se lui non poteva capirmi. Al telefono me lo dicevano: “Stanotte gli abbiamo tenuto la mano, gli abbiamo fatto una carezza”. Mi hanno detto che ce l’avrebbero messa tutta e che dovevamo tutti sperare fino all’ultimo. Così è stato. Poi purtroppo ci sono casi in cui non si può sperare».

Pubblicato su Il Tirreno