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Il pediatra: «Attenzione ai sintomi dei bambini, potrebbero essere spia del coronavirus in famiglia»

Paolo Biasci: «I più piccoli sono chiusi in casa da 20 giorni, se hanno febbre, tosse oppure diarrea è un campanello d’allarme per i genitori» 

LIVORNO. «Del bambino di pochi mesi morto in America non abbiamo notizie precise e dunque è una situazione su cui è impossibile esprimersi. Ma si può dire che i casi di soggetti inferiori ai 10 anni contagiati in Italia - e anche a Livorno - sono veramente minimi e la sintomatologia di cui hanno sofferto è lieve», dice Paolo Biasci, pediatra livornese e presidente nazionale della Federazione italiana medici pediatri.

Biasci però mette in guardia le famiglie: «Il bambino può essere il soggetto spia di un contagio in famiglia».

In che senso?

«In un periodo in cui l’epidemia influenzale è passata e le scuole sono chiuse da tre settimane, i bambini hanno annullato quasi completamente le comuni malattie che vediamo in primavera».

E dunque?

«Se telefona il genitore di un bimbo che da venerdì ha la febbre è chiaro che dobbiamo ipotizzare che si tratti di un soggetto a rischio: dove ha preso la malattia se non in famiglia?».

A quel punto che cosa succede?

«Il pediatra si attiva e segnala il caso al dipartimento di prevenzione dell’Asl, che con i suoi tempi che in questo momento sono biblici, magari va a casa di quella famiglia e fa il tampone».

La malattia del bimbo alla fine diventa un campanello d’allarme per i genitori e per gli adulti che vivono con lui, insomma...

«Esattamente: se il bimbo ha la febbre dopo 20 giorni che non esce di casa, chi gliel'ha attaccata? Questa situazione drammatica credo abbia insegnato alla gente almeno una cosa, e cioè come ci si ammala: non perché si va alla Terrazza Mascagni quando c'è libeccio, ma perché ci si contagia tra persone».

I segnali da tenere in considerazione nel bambino sono gli stessi degli adulti, dunque tosse, febbre, mal di gola?

«Ogni settimana i criteri epidemiologici e quelli diagnostici cambiano e vengono aggiornati. Non c'è solo la tosse o il raffreddore: anche una diarrea è un sintomo, seppur non tra i più frequenti. Attenzione non sto parlando di una scarica, ma di una diarrea importante. Anche negli adulti è così: ho colleghi contagiati che avevano venti scariche al giorno di diarrea. Questi sono i segnali di attenzione che teniamo nell’ambito della telefonata dei genitori».

Come seguite questi casi?

«Scegliamo la sorveglianza o la segnalazione. La sorveglianza se il bambino non ha febbre, mentre se si sospetta un impegno maggiore scatta la segnalazione al dipartimento. Poi se la situazione è più avanzata, se respira male allora si può attivare anche il 118, che è la ratio massima».

Quando scatta la segnalazione all’Asl, l’attenzione dell’ufficio prevenzione si rivolge al bimbo o ai genitori?

«Se passa il concetto che il bambino può diventare un caso spia - il che non significa che sia sempre così -, al momento in cui il pediatra fa la segnalazione, il dipartimento prevenzione dovrebbe prendere in carico tutta la famiglia, non solo il bimbo».

Con il resto dell’attività pediatrica come vi state comportando?

«Per la vaccinazione abbiamo dato indicazioni di seguire il calendario vaccinale regolarmente per il primo ciclo, cioè fino a 13-14 mesi di età del bambino, con morbillo, meningococco, etc. Lo stesso vale per i piccoli di pochi mesi che devono fare il bilancio di salute. Rimandiamo invece le visite di controllo e le scadenze vaccinali rinviabili che hanno un range di alcuni mesi».

Gli ambulatori dunque continuano a restare aperti?

«Sì, con una serie di regole precise: che i bambini siano accompagnati da un solo genitore, che dentro allo studio e in sala d’aspetto si entri uno per volta. Ad ogni paziente poi si procede con la sanificazione».

Da 20 giorni i bambini sono costretti a stare chiusi in casa. E l’isolamento sembra destinato a non terminare a breve. Che tipo di conseguenze possono subire i nostri figli?

«I bambini stanno già pagando un prezzo altissimo in termini di salute psico-fisica».

C’è un modo per attenuare questa situazione?

«È quello che stiamo chiedendo, come pediatri, al governo e al ministro: in una situazione in cui mamma, babbo e figlio vivono 24 ore su 24 in casa, dare la possibilità a uno dei genitori di uscire col bambino per una passeggiata vicino a casa sarebbe importante».

È notizia delle ultime ore la multa fatta a Firenze a un babbo che passeggiava col figlio a 150 metri da casa...

«Non vogliamo suscitare ulteriori arrabbiature delle famiglie, ma un'attenzione sulla necessità dei bambini sarebbe necessaria. Vorremmo spezzare una lancia a favore di queste situazioni, sempre con le dovute attenzioni e non dimenticando l’importanza del distanziamento sociale, ma ricordando che una passeggiata un'ora al giorno di due persone da sole - babbo e figlio ad esempio - che vivono insieme 24 ore su 24, non crea pericoli».

In questi giorni il rischio per i bambini è quello di aumentare a dismisura il tempo dedicato alla tecnologia.

«È vero, in queste settimane l'uso dei device, dei tablet, della tv sarà accentuato. Sarebbe importante invece da parte dei genitori favorire i giochi da tavola, ad esempio e situazioni più stimolanti per il cervello».

 

Pubblicato su Il Tirreno