• Home
  •  > Notizie
  •  > Morto in Messico, il racconto degli amici: «Folgorati sulla barca, così abbiamo provato a salvare Michele»

Morto in Messico, il racconto degli amici: «Folgorati sulla barca, così abbiamo provato a salvare Michele»

Livorno: Giulio e Andrea sono sopravvissuti alla scarica elettrica che ha colpito i tre amici mentre stavano partecipando a una gara di pesca 

LIVORNO. I sorrisi dentro una cabanas in riva al mare, il sole del Messico e la spensieratezza di una giornata indimenticabile sono svaniti in un attimo. Scomparsi a bordo della barca che doveva portarli verso la felicità: in mezzo all’Oceano, a caccia di enormi pesci vela da catturare per vincere la gara alla quale i tre amici livornesi si erano iscritti a Chacahua, l’isola che si estende dentro la laguna a nord di Puerto Escondido, nel ventre del Messico.

Giulio Donadelli e Andrea Rosi, 45 anni il primo, 39 il secondo, sono e si sentono sopravvissuti. Nello sguardo e nel fisico i segni delle nuvole dolorose che hanno attraversato: le ginocchia piene di croste e cicatrici, la spalla dolorante, le mani ferite «la corrente è uscita da qui», spiega il trentanovenne. E poi le ultime notti trascorse a soffiare via gli incubi, pensando e ripensando a quei momenti, al maledetto cavo dell’alta tensione sfiorato, molto probabilmente con una delle canne in fibra di carbonio, o forse con il telaio montato sulla lancia. Ma soprattutto ricordando l’amico, anima libera come loro, che non c’è più.

«Quando è successo l’incidente – raccontano a nove giorni dalla tragedia – eravamo tutti e tre di spalle rispetto alla direzione della barca: stavamo finendo di prendere i pesci da usare dopo per fare la traina in mare aperto. A un certo punto – vanno avanti – abbiamo detto al capitano di spostarsi, di andare verso l’Oceano: “Passiamo a sinistra o a destra delle rocas, le rocce?, ci ha chiesto”. Poi il silenzio e una scarica elettrica che ci ha inchiodati tutti quanti a terra. Siamo rimasti immobili, gli occhi hanno cominciato a muoversi, a ballare. Tutto senza capire che diavolo stesse succedendo. Quanto è durato? Qualche secondo, tre, forse quattro, poi la corrente è saltata e l’isola è rimasta la buio, altrimenti saremmo morti tutti quanti».

Pochi attimi in cui tutto cambiato: loro feriti e spaesati, il comandante svenuto in acqua e Michele Arimondi, 33 anni, appoggiato a poppa che non dava più segni di vita. «Per un’ora mezzo, a turno, abbiamo provato a rianimarlo – ricordano spiegando di avere entrambi il brevetto di bagnino – gli abbiamo fatto il massaggio cardiaco mentre dalla laguna ci siamo spostati in barca fino alla terra ferma. Da un consultorio abbiamo preso anche una bombola. Poi nel viaggio in ambulanza fino al primo ospedale ci siamo alternati a fare la rianimazione. Quando il medico di una clinica privata ha constato il decesso, dopo altri quattro cicli di massaggio cardiaco, abbiamo perso anche l’ultima speranza».

Dei giorni che hanno preceduto la tragedia restano le foto scattate durante le battute di pesca che i tre amici hanno fatto assieme. «Michele – ricorda Giulio con il quale il trentatreenne aveva girato mezzo mondo – mi ha raggiunto a Puerto il 31 gennaio, siamo stati un paio di giorni in un hotel a playa Zicatela e poi siamo andati a Chacahua dove avevamo preso una capanna vicino al mare. Per “Michi” quello era il paradiso, un posto fantastico, in mezzo alla natura. Non vedeva l’ora che arrivasse Elena, la sua compagna, per farglielo vedere».

Andrea, insieme ad altri amici, li hanno raggiunti qualche giorno più tardi e insieme sono rimasti una settimana sull’isola. Poi il sabato successivo il trentanovenne, questa volte via mare, a bordo della lancia, è tornato insieme al comandante. «Sono partito da Puerto – ricorda e sono arrivato nel tardo pomeriggio – quel giorno però c’era bassa marea e siamo passati proprio sotto allo stesso cavo maledetto, ma non è successo niente. Michi appena mi ha visto mi ha chiesto quale fosse la barca, l’ha guardata: era contento».

La stessa sera la cena organizzata per i partecipanti al torneo, la mattina seguente, poco dopo le sette, tutti e quattro erano a bordo dell’imbarcazione: canne, esche, fili e buon umore. «Siamo usciti in ritardo rispetto agli altri partecipanti e siamo andati dove c’erano le altre imbarcazioni convinti che lì ci fossero più pesci. In pochi minuti abbiamo preso quelli che ci sarebbero serviti in seguito, eravamo felici».

Poi quel silenzio che non possono dimenticare: «La prima cosa che ricordo mentre cercavo di riportare a bordo il comandante – dice Giulio – sono le urla di Andrea che per primo è risalito sulla barca dopo essere caduto e ha visto Michele a terra». Quello che è successo dopo, sono i giorni delle lacrime di chi voleva bene a Michi e della solidarietà da parte della «famiglia messicana» che ha aiutato Andrea e Giulio a compilare visti e passaporti per riportare a casa l’amico.

 

Pubblicato su Il Tirreno