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Morto per amianto, la famiglia chiede i danni a Solvay

Alfiero aveva lavorato fino al 1992 nello stabilimento locale e cinque anni fa ha avuto la diagnosi di asbestosi

ROSIGNANO. «È morto dopo che negli ultimi cinque anni ha sofferto tanto ed è dovuto stare sempre attaccato alla macchina dell’ossigeno per colpa di un male subdolo collegato al lavoro che ha fatto per ventinove anni dentro lo stabilimento Solvay». Alfiero Simoncini è scomparso mercoledì all’età di 79 anni, dopo che cinque anni fa gli erano state diagnosticate asbestosi e placche pleuriche.. I suoi figli, Luca e Marco, insieme alla loro mamma Brunita Tei, sono ancora chiusi nel lutto, ma promettono di voler portare avanti la battaglia legale per vedere riconosciuti i diritti dell’uomo. Tra l’altro, dopo aver saputo di essere affetto da una patologia legata all’esposizione all’amianto, «nostro padre si era già rivolto all’Osservatorio nazionale amianto, avviando il percorso per veder riconosciuta la malattia professionale», spiegano i figli.

Lo conferma anche il presidente dell’Ona, l’avvocato Ezio Bonanni che spiega come «l’Inail aveva riconosciuto l'origine professionale di queste patologie, in particolare aveva riconosciuto la patologia asbestogenica». Un riconoscimento che certo non ha migliorato le condizioni di salute di Alfiero Simoncini, ma almeno è servito a lui e alla sua famiglia per avere conferma dell’origine di quel male che «lo ha fatto soffrire a lungo, fino all’ennesima crisi respiratoria che ieri (mercoledì, ndr)ce lo ha portato via».

Ecco che la moglie e i figli hanno deciso di proseguire la battaglia per ottenere un risarcimento economico e morale.

«Simoncini - spiega Bonanni - era stato assunto allo stabilimento Solvay di Rosignano nel giugno del 1963 e negli anni aveva svolto varie mansioni: nel dettaglio fino al giugno del ’72 era aiutante addetto macchine utensili, nel settore calderai, officine meccaniche, divisione manutenzione e costruzione. Poi, nella stessa divisione, era diventato addetto. Successivamente dall’ottobre 1985 al luglio 1991 aveva la mansione di calderaio saldatore, zona servizi generali utilities/terminale imballaggi e infine dall’agosto ’91 al luglio ’92, quando è andato in pensione, era operaio di manutenzione, zona servizi generali utilities/terminale imballaggi».

Insomma, ventinove anni di lavoro trascorsi quasi totalmente nel settore calderai, «e proprio la sua attività lavorativa è stata la causa del male che lo ha ucciso» ripete la famiglia. «Vogliamo portare avanti - dicono i figli - quello che aveva cominciato lui quando ha saputo di essere malato per colpa dell’esposizione all’amianto». Per questo, attraverso l’Osservatorio amianto, moglie e figli chiedono il risarcimento danni alla società chimica e annunciano anche un esposto alla Procura della Repubblica. «Noi come associazione - dice Bonanni - reiteriamo il nostro appello alle autorità pubbliche locali per una maggiore attenzione alla salute dei cittadini, vista la presenza di lavorazioni con cancerogeni ». —

 

Pubblicato su Il Tirreno