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Dagli errori di ieri una lezione perché oggi non siano ripetuti

Agresti, presidente di Anpi, rifiuta l’equiparazione tra le vittime dei campi di sterminio e quelle delle foibe e ogni tentativo di revisionismo 

L’INTERVENTO

Pochi giorni fa tutti noi abbiamo celebrato la memoria della Shoah; oggi ricordiamo le drammatiche vicende del confine italo-sloveno e, in questo contesto, la tragedia delle foibe e dell’esodo, proponendoci doverosamente di riportare tutto ciò nell’ambito suo proprio di una ricerca storica libera da ogni condizionamento politico. Questo non già perché siamo ormai oltre i conflitti che scatenarono la Seconda guerra mondiale, ma grazie al fatto che i lutti e le rovine causate da quella sciagura epocale ci hanno dotato di una ispirazione profondamente pacifista, che trova solenne sanzione nella lettera e nello spirito della Costituzione repubblicana, frutto di una reale unità culturale e politica degli italiani che si erano appena liberati dal nazifascismo.

Il 4 febbraio l’Anpi ha organizzato su quei fatti un seminario a Roma, ribadendo che l’infoibamento è stato un crimine, un orrore, lontano anni luce dai valori che mossero i nostri partigiani nella Resistenza e che getta un’ombra sull’antifascismo jugoslavo. Senza alcuna reticenza rendiamo onore alle vittime innocenti, tra le quali molti partigiani comunisti e democratici che avevano la sola colpa di non condividere l’espansionismo titino, mentre diciamo che coloro i quali, durante gli anni dell’italianizzazione forzata di quei territori operata dal fascismo mussoliniano, si erano resi responsabili di violenze efferate, dovevano essere sottoposti a regolare processo, come a Norimberga, facendo da lì scaturire la giusta e meritata punizione, come doveroso epilogo di quella vicenda storica.

Ciò detto, aggiungo che non possiamo avallare quelle iniziative che vengono riproposte ogni volta che si celebrano i morti o i sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, tese ad equiparare queste vittime a quelle che hanno vissuto il dramma delle foibe o a chi, più tardi, è stato costretto con la forza a lasciare la propria terra, non tanto per quei fatti in sé, e per le persone coinvolte, alle quali rinnoviamo la nostra solidarietà, ma perché queste operazioni, anche al di là delle stesse intenzioni, puzzano di revisionismo storico, tendendo ad accampare nell’opinione pubblica la convinzione che fascismo e antifascismo pari sono; che tutti sono colpevoli, quindi nessuno è colpevole, neanche i nazisti che hanno sterminato milioni di esseri umani e ridotto l’Europa in cenere.

C’è stato chi la Seconda guerra l’ha provocata, assumendosi la responsabilità morale e storica di tutto ciò che ne è derivato, e chi l’ha subita. È sempre stato così. La guerra è la cosa più stupida, per quanto l’uomo vi abbia fatto e vi faccia largamente ricorso: porta soltanto rovine e morte. Per questo dobbiamo bandirla dalla storia e vivere in pace. Ma la pace non è soltanto mancanza di guerra. La pace è convivenza tra i popoli, è riscatto dei più deboli dalla fame e dagli stenti, è uguaglianza sociale, solidarietà e accoglienza, è tutela della biosfera, è un nuovo umanesimo che non si fermi davanti all’economia e alla logica del denaro.

È rifiuto del nazionalismo, anche quando questo mostro viene chiamato “sovranismo”. Dire: “prima io” postula gerarchie nel genere umano che sono foriere di tensioni pericolose, perché quel motto legittima l’esclusione e la discriminazione: e questi disvalori hanno prima o poi portato alla guerra. Come dimostra la stessa vicenda del confine orientale, che attraversa la prima metà del Novecento.

Perciò ricordiamo il passato guardando all’oggi e al futuro, traendo dagli errori di ieri la necessaria lezione per non ripeterli e per realizzare un mondo più libero e giusto, nel quale il conflitto sociale, generazionale e di genere, o l’integrazione delle diverse appartenenze etniche, sia davvero il motore di un progresso profondamente rigenerato. La molla che crea un uomo veramente planetario, secondo la felice e intensa definizione che fu di Padre Balducci, capace di dare al passaggio epocale che stiamo vivendo lo sbocco più alto e nobile, evitando una rovinosa e purtroppo incombente decadenza.

A me pare che sia questo il modo migliore di ricordare tutte le vittime, quello che esse avrebbero voluto. –

Flavio Agresti

presidente

provinciale Anpi

Pubblicato su Il Tirreno