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Farmaci trafugati pena di 2 anni per l’infermiera

In servizio all’ospedale S. Jacopo  la donna avrebbe sottratto gli antidolorifici per alleviare  le sofferenze del compagno che era malato di tumore

pistoia. Due anni di reclusione, con il beneficio della sospensione condizionale: questa la pena a cui il tribunale di Pistoia ha condannato ieri mattina un’infermiera all’epoca dei fatti in servizio al pronto soccorso dell’ospedale San Jacopo, Barbara Tirri, che era finita sotto processo con l’accusa di peculato, per aver trafugato un ingente quantitativo di medicinali sul luogo di lavoro. Farmaci ospedalieri (con il relativo timbro sulle confezioni) che secondo il sostituto procuratore Giuseppe Grieco – che aveva chiesto la condanna a 2 anni e mezzo – sarebbero stati sottratti dall’infermiera all’insaputa dei suoi colleghi.

Oltre che alla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, i giudici hanno condannato l’infermiera anche al risarcimento dei danni all’Asl Toscana centro, che si era costituita parte civile: 500 euro.

I fatti risalgono al periodo compreso tra l’estate del 2015 e i primi mesi del 2016 e a far scoprire il contestato reato è stato un lutto, vale a dire la morte dell’uomo col quale l’infermiera aveva iniziato una relazione sentimentale. Fu infatti nella bauliera dell’auto dell’uomo, dopo il suo decesso, che furono trovati i farmaci. Non solo qualche confezione, ma una quantità tale che erano servite tre pagine di verbale per elencarli tutti. Per la maggior parte si trattava di antidolorifici. Secondo la ricostruzione fatta dalla pubblica accusa, l’infermiera li avrebbe sottratti per alleviare lo stato di sofferenza del compagno.

Nel corso del dibattimento è emerso infatti, attraverso le varie testimonianze, che il compagno era affetto da un tumore. Il pubblico ministero aveva posto numerose domande sia all’imputata che a un paio di sue colleghe dell’ospedale. La donna aveva negato di aver sottratto i medicinali e le colleghe non avevano aggiunto elementi determinanti alla ricostruzione dei fatti, confermando soltanto di aver saputo della relazione tra l’infermiera e l’umo che poi è morto.

La difesa – rappresentata dall’avvocato Maximiliano Parissis – aveva invece sostenuto che quei medicinali non erano necessariamente di provenienza ospedaliera e che comunque altri avrebbero potuto averli sottratti. —

Pubblicato su Il Tirreno